02.08 – ESPLORAZIONI

La prima puntata di questa seconda stagione, vi ricorderete, l’avevamo dedicata a grandi fallimenti dell’Unione Sovietica – avevamo parlato di quei progetti immensi costati miliardi pensati per accelerare il progresso dell’URSS, ma finiti in nulla di fatto, spesso con conseguenze disastrose per il popolo sovietico e non solo.

Andando avanti con le puntate ci siamo resi conto che il tema dei fallimenti è rimasto presente in molte delle puntate di questa stagione. Dalla scomparsa del lago d’Aral, ai traffici illeciti della Transnistria, fino ai tentativi andati male di mandare animali nello spazio. Insomma, senza volerlo, la nostra attrazione per quegli eventi che hanno dell’assurdo, che sembrano essere accaduti in una dimensione parallela, ci porta sempra a cercare storie in cui le cose non sono andate come dovevano andare. E che, almeno per noi, sono belle proprio per questo.

Per concludere con una nota positiva avevamo pensato di dedicare questo episodio alle conquiste, ai traguardi e alle scoperte avvenute nel secolo passato nell’Est del mondo. Ci siamo riusciti? Ovviamente no o, almeno, non del tutto. Cercando di tracciare i percorsi di personaggi e missioni leggendari, anche a questo giro ci siamo imbattuti in passi falsi, incidenti, errori grandi e piccoli. Non se ne esce: che sia quando viaggiamo in prima persona o quando di viaggi scriviamo, qualcosa sembra dover andare storto a tutti i costi, altrimenti ci annoiamo.

Oggi parliamo di quattro personaggi che hanno raggiunto alcuni dei punti più inaccessibili del pianeta, almeno al loro tempo. Sono storie che offrono un’alternativa alla narrazione eurocentrica dell’esplorazione del globo, attraverso personaggi quasi del tutto sconosciuti in occidente.

Al contempo, anche parlare di conquiste di persone e territori a noi meno conosciute, porta con sé una serie di implicazioni che è impossibile evitare. Il retaggio colonialista russo meriterebbe un capitolo a parte – magari avremo modo di parlarne più a fondo nella prossima stagione – e oggi non ci addentreremo nei giochi geopolitici che hanno fatto la storia dell’Est del mondo. Ci occupiamo, appunto, di esplorazioni geografiche, dei viaggi di ricerca che hanno dato forma al mondo.

Tolstikov e il Polo dell’Inaccessibilità

Cominciamo, allora, dal quel che è probabilmente il punto più remoto della Terra, almeno da un punto di vista matematico. Avete mai sentito parlare dei poli dell’inaccessibilità? Il polo dell’inacessibilità è il punto più distante dal mare, in ogni direzione, su una data massa terrestre. I poli euroasiatici (equidistanti dal mare) sono situati nella regione cinese dello Xingjiang, sulle montagne del Tien Shan, e nel Deserto Gurbantünggüt, il secondo più grande della Cina. Insomma, non proprio una cosa da fare in autostop.

I poli euroasiatici, però, non sono i più complicati da raggiungere. Il polo dell’inaccessibilità più difficile è sicuramente quello in Antartide. E chi poteva arrivarci, se non i sovietici? Nel dicembre del 1958 gli scienziati sovietici sentirono il bisogno di rispondere alla costruzione della stazione di Amundsen-Scott al Polo Sud appena completata dagli stati uniti, costruendo una stazione di ricerca al Polo dell’Inaccessibilità – il punto più remoto dell’Antartide. Siamo nello stesso periodo in cui i primi cani sono mandati nello spazio, ma la sfida tra URSS e America non era confinata alle stelle. Anche l’angolo più isolato del pianeta poteva essere un centro di potere politico. Non era un caso infatti che nel 1948, gli Stati Uniti avessero già sponsorizzato una conferenza per stabilire lo status legale del settimo continente, attivando così una corsa alla colonizzazione dell’Antartide.

La terza spedizione antartica sovietica partì nel 1957 con 445 uomini guidati dal Generale Tolstikov. La missione era quella di raggiungere il Polo dell’Inaccessibilità, situato a quasi 900km dal Polo Sud e 1400 dalla costa. A completare l’impresa fu necessario oltre un anno. Fu solo nel Dicembre del 1958, infatti, che un gruppo di scienziati riuscì a raggiungere il Polo dell’Inaccessibilità e costruire in fretta e furia una stazione. Le condizioni erano tutt’altro che ideali: il piccolo gruppo di esploratori che riuscì a raggiungere il polo, oltre a viaggiare per circa 4.000 km andata e ritorno, dovette affrontare temperature che in una giornata calda si potevano aggirare attorno ai -30, e in un giorno freddo superare i -50. Se poi questo non bastasse, c’è da sapere che il Polo dell’Inaccessibilità si trova a 3718 metri sul livello del mare. Tolstikov e i suoi viaggiarono su trattori a slitta e dovettero costruire una stazione intermedia per poter completare la missione.

Arrivati al polo, i sovietici costruirono una stazione scientifica provvisoria. Ma non solo. Poteva mancare una statua di Lenin pronto a giudicare chiunque fosse arrivato secondo? Ovviamente no. Un busto di Lenin fu eretto sulla stazione, rivolto verso Mosca. Mentre la stazione è stata coperta dalla neve nell’arco di poco tempo, il busto di Lenin emergeva ancora glorioso dal paesaggio nove anni fa, quando è stato avvistato da una spedizione franco-americana. Quindi ecco, se siete collezionisti di statue di Lenin, adesso sapete dove trovare la più isolata del mondo.

Calcoli successivi hanno messo in dubbio la posizione del polo dell’inaccessibilità raggiunto dai Sovietici, quindi è possibile che dopo tutta quella fatica, il buon Lenin sia finito per riposare non solo al gelo estremo, ma anche nel posto sbagliato. Con lo scioglimento dei ghiacci, comunque, sia il polo antartico che quello Artico, sono destinati a spostarsi, ma questo Tolstikov non poteva prevederlo.

Parrot e la scalata dell’Ararat

Dalle altitudini dell’Antartide torniamo un po’ più vicini a casa, nel Caucaso minore. E parleremo di una montagna sacra, ripida, coperta di ghiacciai e circondata dalla desolazione degli altopiani mediorientali.

È il monte Ararat, quello su cui la leggenda vuole si sia incagliata l’Arca di Noè durante il Diluvio Universale, un monte rimasto inesplorato fino al 1829. Anno di un’impresa tanto grande quanto screditata.

La nostra seconda storia segue le impronte nella neve di un grande scienziato e alpinista di nome Friedrich Parrot. Come già capirete dal nome, Parrot nasce in Germania, porta un cognome d’origine francese, ma finisce subito a vivere in quella che oggi sarebbe l’Estonia, ma che invece in quegli anni era una delle tante province dell’Impero russo. Dopo aver combattuto come medico militare contro Napoleone insieme ai russi, Parrot diventa professore di medicina e fisica in un’università molto prestigiosa dell’Impero. Era l’università di Dorpat, una bella cittadina che oggi si chiama Tartu. Se poi qualche curioso volesse andarci veramente, nell’università di Tartu c’è ancora l’ufficio di Parrot.

Il nostro Friedrich Parrot dev’essere stato un bel personaggio. Determinato e sicuro di sé, in nome della scienza si appassiona alle montagne, e decide di scalare tutte quelle che può. Prima i Pirenei, poi il Monte Rosa, dove fallisce, ma nel dubbio gli intitolano comunque il picco Parrot. Siamo negli anni in cui si fa a gara per stabilire i record di altitudine raggiunta, ma anche gli anni in cui si credeva che il monte più alto fosse il Chimborazo, in Ecuador, un bestione di 6310 metri. Era anche stato inventato un curioso strumento, il cianometro, che serviva per misurare tutte le tonalità di blu del cielo. Parrot e i suoi colleghi credevano che, più si fosse saliti in alto, più il cielo sarebbe diventato scuro, tanto da vedere le stelle in pieno giorno. Parrot ci mise poco a realizzare che non si vedevano stelle di giorno, dall’Ararat, ma non vi voglio spoilerare il finale. 

L’Ararat è un vulcano a doppio cono alto 5.137m. Il monte è sacro per gli armeni, è oggi abitato dai curdi, ma si trova in Turchia. Capite che già solo da queste tre informazioni che non ci troviamo su un punto caldo della geopolitica, ma direttamente in mezzo alla faglia tra mondo cristiano e mondo musulmano. In Turchia lo chiamano Ağrı Dağı, che significa “la montagna del dolore”, mentre il nome tradizionale per gli armeni è Masis. Negli ultimi secoli, le pendici dell’Ararat hanno assistito a scontri di ogni genere, battaglie, genocidi e cambiato i confini molte volte. L’ultimo cambio di bandiera è stato deciso quando Stalin era commissario per le nazionalità, il 13 ottobre 1921. Firmando il trattato di Kars, tra le altre cose la nascente URSS consegnava l’Ararat e la città di Kars alla Turchia. Oggi i 300km di frontiera tra Turchia e Armenia rimangono chiusi e l’Ararat, ai confini col Kurdistan ma visibile da Erevan, la capitale armena, è una zona esplosiva e armata fino ai denti. 

La situazione a inizio Ottocento è ovviamente diversa ma ugualmente instabile. Finché, per gli esploratori europei, non arriva un piccolo momento di tranquillità. Nel 1828, con il trattato di Turkmanshay, i russi riescono a sottrarre terre ai turchi e ai persiani e ad annettere l’Ararat e i territori circostanti. Per Parrot, è un segno: bisogna andare a scalarlo. L’Ararat torna sotto bandiera cristiana. Meno di un anno dopo il trattato, Parrot ha 38 anni, una squadra, e il miglior sponsor di tutto l’Impero: lo zar Nicola I in persona che sgancia il cash. Dal Baltico partono con lui un mineralogista, un astronomo, due studenti e due guardie del corpo armate.

Il viaggio è lungo, l’Ararat è lontano, e Parrot si ferma più volte lungo la via, raccontando tutto nei suoi diari, raccolti nel libro Reise zum Ararat. Prima passa dai Calmucchi, che sono buddisti, poi valica il Caucaso e si ferma tra i georgiani, brindando e gozzovigliando perché il vino in Georgia è buono; infine arriva in un paesino alle porte di Erevan, chiamato Echmiadzin. La trovo una definizione un po’ altisonante, ma tutti lo chiamano il Vaticano armeno, e, insomma, così ci si capisce. A Echmiadzin il nostro Parrot viene ospitato dai monaci del Katholikos in persona, cioè l’equivalente del papa degli armeni. Lui li descrive “freddi come la pietra del monastero dove dormivamo”.

Il motivo era chiaro: secondo i monaci armeni, non solo scalare l’Ararat era una follia, ma era pure un sacrilegio. Credevano che i pendii sopra il limite delle nevi fossero sorvegliati da angeli con spade luminose e quindi inaccessibili per i mortali. Dio, dopo il Diluvio universale, avrebbe coperto l’Ararat con una calotta di ghiaccio impraticabile. C’è persino un santo armeno che ha provato a scalare la montagna, per trovare l’Arca di Noè e fugare ogni dubbio sulle Scritture: san Hakob. Era partito… ecco, non molto equipaggiato, solo con un bastone e una sacca di albicocche. Scalava la montagna fino a metà, dormiva sotto una roccia, ma al mattino, come per magia, si svegliava di nuovo giù, e così per molte volte. Ma lui provava, e riprovava. Finché un angelo (e qui però voglio immaginarmelo con questa spada luminosa, sennò non vale) gli appare in sogno dopo un tot di tentativi e gli dice di lasciar perdere, che scalare l’Ararat non si può. Ma, per ricompensarlo per la sua perseveranza, gli dona un pezzetto di Arca, che Hakob riporta come reliquia proprio a Echmiadzin. 

Ecco, il Katholicos non prende bene la spedizione di Parrot, ma Parrot è raccomandato dallo zar. Così gli affida come guida e interprete un giovane diacono di appena vent’anni, molto erudito, e che si preparava per andare a studiare a Venezia. Di cognome faceva Abovian. Quello stesso Abovian, pochi anni dopo, sarebbe diventato il grande padre della letteratura armena. Tutta la banda si prepara per l’ascesa partendo da un villaggio armeno di nome Arkhuri, dove, di nuovo, li prendono tutti per pazzi, ma alla spedizione si aggregano altri due pastori. I pastori gli offrono il lavash, il pane tipico cotto contro le pareti del forno di argilla, che è praticamente un foglio sottilissimo. Nei suoi diari, Parrot scrive che è un pane che funziona sia come tovaglia, sia come cucchiaio per mangiare. 

Infine il gran giorno arriva: le condizioni sono stabili, il meteo è buono. Partono all’alba, ma il primo tentativo fallisce per una caduta sul ghiaccio, e il secondo per altri problemi. Per fortuna, l’esploratore impara dai propri errori. Scrive Parrot che mangiare montone per cena non era una buona idea, e bisognava optare per cibi più facili da digerire. Così il tedesco propone alla squadra zuppa di cipolle e rum.

Terzo tentativo. Si accampano il più possibile vicino alla soglia delle nevi perenni. È il mattino del 9 ottobre, l’aria è già frizzantina e le ore di luce si assottigliano sempre più. Parrot non può permettersi di rimandare ancora. Un pastore armeno del gruppo si sente male, ha il mal di montagna, e non parte. Un altro pastore, arrivato a metà percorso, decide di tornare giù. Degli altri, invece, nessuno si tira indietro. Metro dopo metro, affondano nella neve, imprecano, si sentono congelare, ma ormai si va solo avanti. Sono le 3 e 15 quando raggiungono la vetta. Fossi stata io, avrei fatto sentire il mio grido di gioia fino al monastero di Echmiadzin.

In cima, Parrot deve condurre i suoi esperimenti e misurare l’altezza del monte col barometro, mentre Abovian mette del ghiaccio in una bottiglia, per portarlo a terra come prova. Piantano anche una piccola croce di legno e sparano dei razzi segnaletici che gli avevano dato i russi (in sostituzione delle spade luminose degli angeli).

Sembra tutto perfetto: un epilogo grandioso per anni e anni di ricerca e studio. Ma per Parrot questa scalata all’Ararat è l’inizio della fine. Nessuno gli crede, né nei villaggi né nella capitale. Anzi, viene deriso e insultato dall’opinione pubblica di mezza Europa, che aveva deciso che la scalata all’Ararat fosse semplicemente impossibile. Parrot era un ciarlatano, ma anche un traditore sacrilego, che aveva osato infrangere la legge e camminare sull’Arca di Noè, sepolta dai ghiacci dell’Ararat. Inoltre, la croce che aveva piantato in cima era troppo piccola per essere vista da giù – quindi non c’era.

Ma Parrot è intelligente e sa come zittire tutta quella pletora di bugiardi. Va dallo zar, e gli chiede di certificare la sua impresa con le testimonianze dei membri della spedizione. Una soluzione geniale. Vanno a cercare i due pastori armeni e le due guardie armate russe. Gli chiedono di giurare con le mani sulla Bibbia se Parrot fosse davvero arrivato in cima oppure no. I due pastori armeni giurano di no. Parrot è sconvolto. Le due guardie armate giurano di sì, ma non trovano un accordo sulla data precisa. Due contro due, pareggio.

Parrot passerà tutta la vita a cercare di convincere l’opinione pubblica della veridicità della sua impresa e a escogitare nuove spedizioni sull’Ararat, per trovare tracce del diluvio universale. Morirà nel gennaio del 1841, sei mesi dopo un tragico terremoto che distruggerà la croce, il suo tracciato, sommergerà di pietre e di fango tutto il villaggio di Arkhuri e il monastero dove aveva alloggiato dodici anni prima. In quel terremoto moriranno circa 10.000 persone.

Nell’Ottocento, ci furono soltanto altre 28 spedizioni che raggiunsero la vetta dell’Ararat. Nel Novecento, la situazione nelle zone circostanti è stata talmente travagliata che quasi nessuno è riuscito a organizzare spedizioni, salvo una breve parentesi negli anni ‘80, in cui l’esercito turco aveva sbaragliato il PKK, l’esercito curdo. Durante la Guerra Fredda, l’Ararat era una frontiera NATO lungo la cortina di ferro, una zona completamente militarizzata.

Il giornalista e scrittore olandese Frank Westerman ha ripetuto l’impresa di Parrot, scalando l’Ararat nel 2005, dopo aver passato mesi interi ad arrabattarsi con l’ambasciata turca per cercare di ottenere un difficilissimo visto speciale. Il suo libro Ararat, così come altri suoi che vi abbiamo già consigliato, è semplicemente un capolavoro che racconta la storia di questo vulcano lungo la spaccatura tra scienza e religione.

Przhevalsky e il sogno tibetano

Facciamo un salto più a Est, per tornare ancora una volta in Asia Centrale, in luogo di cui abbiamo già parlato qualche puntata fa: la cittadina di Karakol, in Kirghizistan. Oggi Karakol è un centro turistico abbastanza sviluppato, ma non è sempre stato così. Se, infatti, oggi attrae sciatori e camminatori di ogni livello, fino a fine ‘800 era una terra desolata ai piedi della catena del Tien Shan.

Karakol è stata fondata nel 1869 come avamposto militare dell’Impero russo, mentre si infiltrava in Asia centrale. L’area tra il fiume Karakol e la via carovaniera abbandonata che porta a Kashgar era stata scelta come ideale per l’insediamento russo in questo angolo di Asia Centrale.

Nel giro di pochi decenni Karakol era diventata una città di 8000 abitanti che attirava immigrati da est e da ovest; colonizzatori russi in cerca di terre fertili convivevano con i rifugiati dungani, i cinesi musulmani in fuga dall’Impero Ch’ing.

Di Karakol però non cambiò solo la dimensione, ma anche il nome: divenne Przhevalsk nel 1888 per onorare l’esploratore di origine polacca Nikolay Przhevalsky, morto di tifo in città prima di partire per la sua terza spedizione tibetana. Nel 1926, Lenin però decise di restituire ai suoi abitanti il nome originale. Przhevalsk tornò a essere Karakol. Meno di 10 anni dopo, per il centesimo compleanno di Przhevalsky, Stalin cambiò nuovamente il nome della città, che tornò a chiamarsi Przhevalsk. Dopo la dissoluzione dell’URSS, Karakol è tornata, per la terza volta, ad essere Karakol.

Come si può immaginare da questi cambi continui di nome, Nikolay Mikhaylovich Przhevalsky è stato un personaggio controverso, che ha avuto un ruolo importante nella mappatura di aree dell’Asia Centrale sconosciute agli europei. È stato un personaggio chiave in quello che verrà conosciuto come il “Grande Gioco” – ossia il tentativo di stabilire una presenza in Asia centrale di Gran Bretagna e Russia. Adorato da Stalin, è stato anche protagonista di una cospirazione bellissima.

Tra le imprese più famose di Przhevalsky ci sono state la traversata della Mongolia in un viaggio di 12.000 km da Irkùzk a Pechino nel 1870, la scoperta lago Lop Nor nello Xinjiang nel 1877 e l’attraversamento a piedi della Zhungaria nel 1879. I diari del viaggio in Mongolia sono disponibili gratuitamente, in inglese, su archive.org. L’obiettivo principale di Przhevalsky, però, era da sempre raggiungere Lhasa, la capitale del Tibet. Nel 1872, dopo aver esplorato lo Yangtze superiore riuscì ad entrare in Tibet. Perlustrò oltre 18.000 km quadrati di territorio e portò con sé 5000 piante, 1000 uccelli e 3000 specie di insetti, oltre a 70 rettili e le pelli di 130 diversi mammiferi. Non bastava. Tornò in Tibet una seconda volta, e nonostante la scoperta di una specie di cavallo sconosciuta all’occidente, il cavallo Przhevalsky appunto, oggi in via di estinzione, non riuscì a raggiungere Lhasa. Prima di provare una terza volta morì di tifo a Karakol, dove faceva base mentre l’Impero russo tentava di ottenere il controllo sulla città cinese di Kashgar, uno degli snodi più importanti sulla Via della Seta.

Anni dopo la sua morte, nel 1888, diversi storici hanno descritto Przhevalsky in modo tutt’altro che positivo. Oltre ai paragoni con Marco Polo, è stato definito come uno spietato sfruttatore che ha invaso l’Asia centrale “con una carabina in una mano, una frusta nell’altra”, che nonostante i successi delle sue ricerche scientifiche disprezzava le popolazioni incrociate lungo la sua strada. Le accuse di sentimenti imperialisti, però, sono oscurate da una storia ben più accattivante. In molti all’epoca, infatti, credevano che Przhevalsky fosse il padre segreto di Stalin. La cospirazione si basa sul fatto che Stalin e Przhevalsky si somigliassero molto nelle foto, ma anche sulla data di nascita falsata di Stalin, che come avevamo raccontato nella puntata sui dittatori sosteneva di essere nato nel 1878 invece che nel 1879.

Stalin rinominò Karakol Przhevalsk, e in generale l’interesse per l’esploratore crebbe molto in Russia nell’epoca staliniana. Libri e monografie furono pubblicati molto di più in epoca sovietica che in quella zarista e le enciclopedie sovietiche ritraevano Przhevalsky in netta somiglianza con Stalin, che si diceva fosse un modo per Stalin di rendere omaggio al suo presunto padre biologico.

Come accade in ogni cospirazione che si rispetti, il sospetto stesso alimenta la leggenda. Si diceva che il diario di Przhevalsky fosse scomparso dagli archivi durante i primi giorni dell’ascesa al potere di Stalin, perché sarebbe stato difficile fare carriera nel partito comunista se fosse venuto fuori del sangue nobile. Si credeva, poi, che certi libri contabili del 1881 contenessero brevi note sul trasferimento di denaro da Przhevalsky alla madre di Stalin. Tuttavia, le visite di Przhevalsky in Georgia non sono registrate, e queste affermazioni sono state smentite. Smentire una cospirazione non può che renderla più forte, e a contribuire alla leggenda c’era il fatto che durante l’epoca di Stalin ogni discorso riguardante la sua ascendenza e la sua infanzia era ambiguo. L’aggressività con cui la leggenda fu sfatata dopo la morte di Stalin fu considerata da alcuni come un’ulteriore prova della veridicità della teoria secondo la quale Przhevalsky avesse avuto una relazione con la madre di Stalin. 

Preobrazhenskaya e il monte Kazbeg

E dal gossip su Stalin ci spostiamo proprio nella sua patria natale, La Georgia. Questa storia parla di una montagna, anzi, più precisamente di un vulcano, che è diventato il simbolo non solo della Georgia, ma forse dell’intero Caucaso. È lo stesso vulcano che, anni prima, da studente, anche il nostro Friedrich Parrot aveva tentato di scalare, fallendo. Un vulcano di più di 5.000m, situato in un crocevia fondamentale del Caucaso, e che oggi è una delle cartoline più famose della Georgia: il monte Kazbek.

Questo monte maestoso, che i georgiani chiamano Mqinvartsveri, sorge lungo l’unico valico di montagna tutt’ora esistente nel Caucaso, il passo di Darial, parola che deriva dal persiano Dar-e-Alan e significa “la porta degli Alani”, nome storico degli osseti. Il punto più famoso da cui partire per una scalata al Kazbek è il paesino georgiano di Kazbegi. Per raggiungerlo, e magari proseguire fino a Vladikavkaz, nella Federazione Russa, dovrete percorrere la strada militare georgiana. Dopo valichi oltre i 2.000m e viste spettacolari su gole, laghi e vallate, si arriva in un villaggetto sonnacchioso, dove le mucche passeggiano in libertà sotto gli archi disegnati dai tubi gialli del gas. Una volta scesi nella piazzetta centrale, vi basterà alzare lo sguardo verso l’alto per distinguere la sagoma imponente del Kazbek e ai suoi piedi, su un’altura, la minuscola chiesetta di Tsminda Sameba, l’immagine più famosa di tutta la Georgia.

Le scalate del Kazbek sono state lunghe e difficili e i primi a raggiungere la vetta furono, a fine Ottocento, tre ragazzi inglesi, di cui il più giovane aveva solo 23 anni. La storia che però vogliamo raccontarvi oggi è quella della prima alpinista russa, un’insegnante nata a Kostroma nel 1863, che alla veneranda età di 32 anni decise che l’alpinismo e la meteorologia erano le sue più grandi passioni e che ce l’avrebbe messa tutta per scalare quella che era, semplicemente, la sua montagna. Non importava quanto alta fosse.

Mariya Preobrazhenskaya era una bambina debole, dalla salute cagionevole, che aveva passato tutta l’infanzia tra una malattia polmonare e l’altra. Il padre, però, fin da piccola le aveva insegnato ad amare le scienze naturali. Diplomata all’istituto pedagogico, quando perde i genitori inizia a lavorare come contabile a San Pietroburgo. Quando legge il reportage dei primissimi alpinisti russi ad aver scalato il Monte Kazbek, qualcosa nella sua vita cambia. Sente che deve avvicinarsi geograficamente a quel vulcano spento e così cambia vari lavori, riuscendo a trasferirsi a Vladikavkaz. Lavora come insegnante di francese, poi istruttrice in una scuola diocesana femminile, fa anche l’impiegata in un sanatorio. Qualunque cosa, pur di stare ai piedi del Kazbek, e risparmiare soldi per una missione.

Nel 1890 Maria diventa membro della società geografica russa e cinque anni dopo, a spese sue, organizza la sua prima spedizione. La sua tosse cronica non la abbandona neanche un minuto, non è più una ragazzina e non è assolutamente allenata. Eppure riesce a raggiungere, con le sue gambe, il ghiacciaio di Devdorak sul Kazbek. Sulle nevi perenni, le sue scarpe da città letteralmente si sbriciolano, ed è costretta a tornare a valle a piedi nudi. Da quel momento in poi, per quattro anni, sarà la prima a studiare i ghiacciai del Kazbek, le sue pareti e descriverà alcune gole, finché non si deciderà a provare l’ascesa alla vetta. 

È il 27 luglio 1900 quando Maria, a 37 anni, raggiunge di nuovo il ghiacciaio Devdorak insieme a due guide e aspetta il meteo favorevole. Per tre giorni, il cielo non smette di mandare neve, grandine, vento, ma Mariya non ha intenzione di tornare indietro. Aspettano in quota, finché, un mattino, si svegliano con il cielo pulito. Arrivano in vetta: sono 65 minuti di pura gioia. Scrive sui suoi diari Maria: “E cosa, cosa non è visibile da qui?”. Maria è la tredicesima persona al mondo ad aver scalato il Kazbek. E mentre è lì, su una delle cime più alte del Caucaso, il suo occhio intelligente trova già il punto adatto, nel versante sud della vetta, per installare un oggetto che all’epoca era fondamentale per la ricerca scientifica.

Due anni dopo, Maria torna in cima al Kazbek e installa personalmente una scatola con un termometro capace di registrare la temperatura minima e massima raggiunte. Un anno dopo, supervisiona i lavori per la costruzione di un piccolo bivacco per alpinisti lungo uno dei versanti della montagna, all’altezza di 3800 metri. Maria segna personalmente alcuni punti difficili per la salita al ghiacciaio Devdorak, che in breve diventa la via principale per l’ascesa al Kazbek. Ma fa anche costruire una vera e propria stazione meteorologica in cima al monte, sulla base delle istruzioni della società geografica russa. Nel 1912, quella è la stazione meteorologica più alta d’Europa ed è Maria a fare i primi rilevamenti e a scattarne la prima foto. È in contatto con alcuni importanti geologi dell’epoca, a cui lei manda personalmente fotografie e rocce vulcaniche raccolte lungo il percorso, perché le possano studiare. Maria dorme sulle pelli di pecora insieme ai pastori del Kazbek, descrive le loro condizioni di vita, descrive la flora della montagna, le rocce, i ghiacciai che vede. È una vera esploratrice e ricercatrice, completamente devota alla scienza e alla scoperta, e, anno dopo anno, si guadagna il rispetto dei pastori della montagna e degli scienziati dell’epoca. Una volta, un pastore la allarma riguardo al sentiero per scendere in una gola, a suo parere pericolosissimo, ma lei era rimasta senza fiammiferi e senza cibo. Tra il morire di freddo e di fame dov’era e il provare la discesa, ovviamente sceglie la seconda. Quando, nei giorni successivi, rivede il pastore, lo sgrida, perché la discesa non era affatto difficile. Lui si scusa e le risponde con quello che forse all’epoca era un complimento: «Я не знал, что ты ходишь, как человек», che significa: “non sapevo che tu camminassi come un uomo”.

Maria non ha finanziamenti statali e risparmia ogni centesimo del suo stipendio da insegnante per pagarsi le spedizioni durante le vacanze estive e comprarsi da sola i costosissimi termometri e le attrezzature necessarie. La Russia zarista non è interessata a finanziare una donna alpinista, e l’unico termometro che le verrà mandato dallo stato arriverà rotto, perché era di bassa qualità. Molte delle foto che farà, con macchine fotografiche scadenti, le uniche che poteva permettersi di noleggiare o acquistare, andranno perdute per sempre. Di altre, Maria sarà costretta a vendere i negativi. Maria non si arrende davanti alla mancanza di attrezzature scientifiche e fa quello che può, con gli strumenti che ha. Settant’anni prima di lei Parrot, il primo scalatore dell’Ararat, aveva orologi, barometri e guardie giurate profumatamente pagati dallo zar in persona, mentre Maria, che pure conduceva vera ricerca scientifica, risparmiava per anni per poi ritrovarsi in vetta con macchine fotografiche che le si rompevano in mano.

Dopo il 1917, la guerra civile distruggerà la casa di Maria, il suo studio, e persino il suo termometro in cima al Kazbek. Ma Maria non demorde e si prepara per l’ultima, eroica, salita. È il 1920 e ha 57 anni. Negli anni successivi, lavora come guida per il Kazbek e insegna all’istituto pedagogico Gorsky.

In Unione Sovietica, il 28 agosto si festeggia la nascita dell’alpinismo sovietico, che coincide con la prima scalata ufficiale al monte Kazbek di epoca sovietica, nel 1923, da parte di un gruppo di 18 studenti dell’università di Tbilisi. Mariya Preobrazhenskaya, di cui al momento di queste ricerche non esisteva nemmeno una pagina Wikipedia in nessuna lingua, nemmeno in russo, all’epoca di questa spedizione aveva già conquistato la vetta ben 9 volte, di cui l’ultima già dopo la Rivoluzione, spianando la strada a migliaia di alpinisti dopo di lei.

Viaggiare in altitudine: Pamir Highway e Fann Mountains

E dopo tutte queste avventure incredibili ci sembra giusto concludere con qualche consiglio di viaggio per chi oltre alla cultura dell’Est vorrebbe avvicinarsi alla sua natura più selvaggia. Va bene leggere, studiare, fotografare e visitare musei, ma l’esperienza di raggiungere le altitudini di regioni poco battute è davvero difficile da battere. E anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto modo, negli anni, di raggiungere destinazioni che sembravano più grandi di noi.

Sia In Asia Centrale che in Caucaso, per quanto riguarda le possibilità di trekking c’è solo l’imbarazzo della scelta e i paesaggi di queste zone superano di gran lunga quelli europei, almeno per dimensione. Il Caucaso infatti offre le montagne più alte d’Europa, con il Monte Elbrus che supera di 800 metri il Monte Bianco, e molte altre cime famose. Se poi ci spostiamo più a Est, in Asia Centrale, si arriva a paesaggi ancora più estremi, impreziositi da nomi come:

  • Picco del Comunismo
  • Picco Lenin
  • Picco Karl Marx
  • Picco Mayakovsky
  • Picco dell’Esercito Sovietico
  • Picco dell’Ottobre
  • Picco Mosca
  • Picco Russia
  • Picco della Rivoluzione
  • Picco della Vittoria
  • Picco dei geografi di guerra
  • Picco dell’Amicizia
  • Picco degli Ufficiali Sovietici


…e così via, anche se molte dopo la caduta dell’URSS hanno preso nomi tagichi o kirghisi.

Ma non solo. Siti poco raccomandabili affermano che il Kirghizistan abbia dedicato una montagna a Vladimir Putin in persona, nel 2011. Nel 2002, ne avevano già rinominata un’altra a Eltsin. Ma decidete voi da che parte stare, insomma.

Il monte più alto dell’Unione Sovietica invece si trovava in quello che è oggi il Tajikistan. Con ben 7495 metri d’altezza, il picco Ismoil Somoni svetta nella catena del Pamir. Fino al 1998 questo era il picco del Comunismo, e ancora prima del 1962 era il picco Stalin. 

Sul confine tra Tagikistan e Kirghizistan si trova anche la seconda vetta della regione, il picco Lenin, con i suoi 7134 metri d’altezza. Ad oggi è conosciuto con due nomi diversi, picco Lenin e picco Avicenna. Il picco Lenin è ritenuto il più facile 7.000 da scalare nel mondo, anche se facile è una parola grossa quando si parla di monti di questa stazza. Anche per chi, come noi, non è alpinista, in questo angolo di mondo superare i 4.000 o anche i 5.000 metri è fattibile con un po’ di tempo a disposizione e lo stomaco pronto ad affrontare piatti, come dire, non sempre stellati. Il Tajikistan rimane uno dei luoghi più belli di tutta l’Asia Centrale da un punto di vista naturalistico, ma anche uno dei più remoti e meno sviluppati in quanto a infrastrutture. È una paese così ricco e vario sotto tanti punti di vista, che vorremmo, in futuro, dedicargli una puntata a parte. Per oggi ci limitiamo a darvi qualche coordinata generale, indicandovelo come, per noi, la più impressionante destinazione quanto a montagne in ex URSS.

La Pamir Highway è famosa tra gli appassionati di viaggi in bicicletta o su auto scassate perché è la seconda strada più alta del mondo, dopo la Karakorum Highway, in Pakistan. La Pamir Highway di Highway ha solo il nome visto che si tratta di un migliaio di km con un pallido ricordo di asfalto, piena di buche e spesso a strapiombo sul fiume che la separa dall’Afghanistan, eppure rimane popolarissima: in primis la bellezza sconcertante dell’altopiano del Pamir, una spianata arida, dove non cresce nemmeno un albero, circondata da picchi maestosi e punteggiata da grandi laghi salati; poi per la sua difficoltà, avendo ben due valichi sopra i 4.000m – l’Ak Baital, 4655m, e il Kyzylart, su cui si trova la frontiera tra Tagikistan e Kirghizistan, che consiste praticamente di un container con dentro i militari che ti offrono un tè mentre fuori imperversa la bufera di neve; e infine per l’ospitalità incredibile e la ricchezza della cultura dei suoi abitanti, che parlano lingue diverse dal tagico, appartengono a varie etnie e a un ramo particolarissimo dell’Islam sciita, definito “ismailita”. Il Pamir è una regione autonoma all’interno del Tagikistan, il nome preciso è regione del Gorno-Badakhshan, e serve un permesso speciale per accedervi da richiedere insieme al visto tagico. Essendo una zona considerata ancora sensibile dopo il conflitto degli anni ‘90 e per via dei traffici con il vicino Afghanistan, la strada è piena di posti di blocco. La cosa assurda della strada del Pamir, però, è che pur remota (si in media a una ventina di ore di auto dalla capitale, Dushanbe), è comunque frequentata perché è l’unica via di comunicazione con la Cina e – so che sembra incredibile, ma è vero – percorsa abitualmente dai camion, con cui è davvero facile autostoppare.

Un’alternativa alla regione del Pamir è la catena delle montagne Fann, meno conosciuta ma divenuta da qualche  anno più accessibile grazie all’apertura del confine con l’Uzbekistan. Fino al 2018 per visitare questa zona era necessario fare deviazioni di giorni e giorni, ma con l’apertura del confine che separa Samarcanda con Panjakent oggi arrivarci è molto più semplice e anche con solo tre giorni a disposizione si possono fare delle grandi camminate. La catena delle Fann è composta da circa 100 montagne, la più alta delle quali è il picco Chimtarga con 5.489 metri. La destinazione più famosa di questa regione, se così di può dire, è il lago Iskanderkul, al quale si arriva anche in macchina, sempre che la macchina sia all’altezza delle strade tagiche. Un tracciato che consiglio, però, è quello dei 7 laghi. Impiega 2 o 3 giorni ed è facile, lo possono fare tutti e non arriva a altezze estreme. Si tratta di un percorso che tocca sette laghi di montagna uno dopo l’altro, passando da minuscoli villaggi. Il punto più alto è 2.400 metri, al settimo lago che è davvero spettacolare. Ci sono alcune guesthouse molto spartane lungo la via, quindi non serve la tenda e vi consiglio di programmare un viaggio da queste parti appena sarà possibile, che con il confine aperto è probabile che nel giro di pochi anni questa zona diventi molto più trafficata.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

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