02.05 – CANI SPAZIALI

Per questo viaggio nel cosmo partiamo ovviamente da terra, e andiamo nel luogo dove tutto questo è decollato: lungo le rive del fiume Syr Darya, a 220km dalle lande prosciugate del lago d’Aral, si trova la cittadina di Baikonur, un luogo che, benché isolato, è diventato leggendario. Baikonur è una cittadina di 36.000 abitanti nel sud del Kazakistan che vanta tre primati non da poco: da qui sono partiti il primo satellite, il primo animale e la prima persona che hanno raggiunto lo spazio nella storia dell’umanità. 

Baikonur è uno dei due luoghi al mondo attrezzati per spedire esseri umani nello spazio – l’altro è Jiquan, nel deserto del Gobi in Cina. Sempre da Baikonur è partita anche Samantha Cristoforetti con la sua prima missione nel 2014.

Se durante l’URSS era un luogo chiave nella competizione tra Est e Ovest, oggi Baikonur ha un ruolo un po’ diverso: la Russia “affitta” la città dal Kazakistan per 115 milioni di dollari l’anno per mandare avanti i propri progetti spaziali e la NASA a sua volta affitta Baikonur per mandare i propri astronauti nello spazio. Il sindaco di Baikonur è russo e nonostante vi sia un’industria aerospaziale tra le più avanzate al mondo la disuguaglianza sociale è immensa: pensate che un hotel a Baikonur può costare oltre 300 euro a notte, ma molte famiglie del posto sono costrette ad occupare case abbandonate per avere un tetto sulla testa. Forse, ora, con SpaceX di Elon Musk, le cose inizieranno a cambiare.

Baikonur si può visitare per vedere il lancio di missioni in partenza, ma non è così facile: serve un permesso speciale che va organizzato in anticipo e una guida. Il prezzo più basso che abbiamo trovato è di circa 1000 euro per 3 giorni in un gruppo da 15 persone.

Animali Spaziali

Per quanto ne sappiamo, il primo volo in cielo di animali nella storia si è svolto il 19 novembre 1783 a Versailles, in Francia.

La nostra storia di oggi comincia con due fratelli, Joseph e Etienne, inventori attivi nella lucrosa industria della carta alla fine del 18esimo secolo. Lo spirito innovativo dei due imprenditori li aveva portati a sperimentare con palloncini di carta che, riempiti di aria calda, prendevano il volo. Un’invenzione di questo tipo in realtà esisteva già da secoli in Cina, dove le lanterne di carta si utilizzavano dal terzo secolo avanti Cristo. Di questo fenomeno della fisica però i due fratelli non erano a conoscenza e leggenda vuole che un giorno Joseph, mentre stava asciugando la camicia della moglie vicino a un fuoco vide l’indumento sollevarsi verso il cielo.

Di cognome Joseph ed Etienne facevano Montgolfier. L’eccitazione dovuta a quell’evento straordinario aveva portato i fratelli a sperimentare con palloni sempre più grandi, con il sogno di riuscire, un giorno, a far volare un essere umano. Dopo un anno di esperimenti riuscirono a portare a termine la loro invenzione. Mettere una persona a bordo della prima mongolfiera però era un rischio troppo grande, così i due decisero di fare una dimostrazione con tre animali.

Il 19 novembre 1783, quindi, sotto lo sguardo di Luigi 16esimo e Maria Antonietta, una mongolfiera carica di un’anatra, un gallo e una pecora fu rilasciata verso lo spazio. Si credeva che l’anatra potesse resistere all’altitudine senza problemi. L’effetto del volo sul gallo era sconosciuto. La pecora, l’animale che più somiglia all’uomo da un punto di vista fisiologico, serviva a capire cosa sarebbe accaduto a un essere umano a quell’altezza.

Il volo fu un successo e tutti e tre gli animali tornano sani e salvi a terra, aprendo la strada per la costruzione di velivoli adatti al trasporto dell’uomo. 

Da allora gli animali sono stati una presenza fissa nell’esplorazione dello spazio. E l’animale spaziale che è rimasto più impresso nella memoria dei russi e probabilmente del mondo intero è Laika, la cagnolina che il 3 novembre 1957 fu lanciata nello spazio da Baikonur.

Facciamo quindi un salto avanti di 170 anni per raccontare la storia di Laika, diventata, senza volerlo, un’icona della cultura sovietica. 

Prima del lancio nello spazio di Laika, gli scienziati non sapevano cosa sarebbe successo a un organismo una volta superato il confine dell’atmosfera terrestre. Senza ossigeno, con poca gravità e sotto l’effetto di radiazioni cosmiche e solari nessuno era in grado di sapere cosa sarebbe successo a un essere vivente.

Laika non è stato il primo essere vivente ad essere lanciato in cielo, ma il primo essere vivente a raggiungere lo spazio vero e proprio. Al momento del volo di Laika, sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti stavano sperimentando già da un decennio con razzi che trasportavano rispettivamente cani, scimmie, insetti, topi e altri esseri viventi, appena oltre la linea Karman, ossia a 100 chilometri di altitudine, che segna il confine dello spazio. Superare questa linea era la sfida più grande: oltre questo confine l’atmosfera diventava troppo sottile per un velivolo tradizionale e una tecnologia completamente nuova era necessaria a permettere ad una persona di sopravvivere.

Il Colonnello Korolev

La sfida per stabilire la propria superiorità tecnologica tra URSS e Stati Uniti è stato l’incentivo che ha permesso agli scienziati di sviluppare tecnologie mai viste prima. Il personaggio chiave dei successi sovietici nell’esplorazione spaziale e della trasformazione di Laika nel cane più famoso del mondo è il Colonnello Korolev, rimasto a lungo sconosciuto sia in Unione Sovietica che nel resto del mondo.

Alla fine degli anni ‘40, quando dagli Stati Uniti comincia ad arrivare voce dell’intenzione di spedire un satellite nello spazio, Korolev convince l’Accademia delle Scienze Sovietica che sarà lui a inviare il primo uomo nello spazio. Incredibile non è solo il fatto che ci riuscirà, ma che questo sarà l’inizio della scalata al successo di un uomo reduce del Gulag. E non un Gulag qualsiasi, ma quello della Kolyma, dove si stima siano morte oltre due milioni di persone.

Negli anni ‘30 Korolev era un giovane ingegnere aeronautico che agli inizi della sua carriera aveva sviluppato interessi opposti a quelli dei suoi colleghi. Il suo studio degli aerei sembrava essere in contrasto con quello dei razzi di cui si occupava il suo rivale Valentin Glushko. Glushko accusò Korolev di essere un sovversivo, un personaggio che stava rallentando di proposito il progresso per fini personali. Siamo nel pieno del grande terrore staliniano e non ci vuole molto ad essere arrestati, specie dopo un’accusa del genere.

Korolev viene sorpreso dalla polizia segreta il 27 giugno 1938, e portato dalla sua casa di Leningrado fino a quell’enorme edificio giallo e rosso non lontano dal Cremlino noto come Lubyanka, il quartier generale dei servizi segreti sovietici. Nelle fondamenta di un palazzo da cui in quel decennio passarono centinaia di migliaia di arrestati Korolev sarà torturato fino alla confessione di un crimine inesistente. Viene spedito nella Siberia orientale, alla Kolyma appunto, da cui uscirà 7 anni dopo con problemi di cuore, senza denti e con una mascella rotta.

Dopo il suo rilascio, la guerra è finita, i nazisti sono sconfitti e il governo si accorge del suo talento. Koroliov viene nominato colonnello dell’Armata Rossa e comincia a lavorare in segreto alla progettazione del primo satellite, lo Sputnik I. Dall’essere prigioniero nel Gulag, però, Korolev diviene un prigioniero del proprio lavoro: siamo agli albori della guerra fredda e la sua identità infatti era nota solo a pochissimi collaboratori, per paura che fosse assassinato da spie americane.

In questo stato di completo anonimato, Korolev arriva dove non era mai arrivato nessuno: tra il 1951 e il 1966 l’Unione Sovietica lancia nello spazio 42 razzi e più di 50 cani e altri animali. La prima e più rivoluzionaria di queste imprese è stata il lancio del primo satellite artificiale nello spazio, partito da Baikonur il 4 ottobre 1957. È lo Sputnik I, una nome che significa “compagno di viaggio” e che tutti gli appassionati radioamatori potevano ascoltare mentre descriveva le sue 1400 orbite ellittiche intorno al nostro pianeta, emettendo un tenerissimo bip bip. Era una sfera di metallo di 83.6kg di un’eleganza strabiliante, disegnata da Koroliov in persona, tanto che divenne anche un’icona design. Gian Piero Piretto lo descrive dicendo: “per una volta tecnologia, scienza e design in Unione Sovietica andarono di pari passo”. 

Al momento del lancio Khrushchev stava tornando dalle vacanze sul Mar Nero, la regione più ambita per le vacanze dall’elite sovietica – di cui vi abbiamo parlato nella terza puntata dedicata al benessere. Si era fermato a Kiev per ricevere la notizia del lancio. A quanto racconta Kurt Caswell nel libro Laika’s Window da cui è presa questa storia, Khrushchev non si era reso conto del tutto dell’importanza di quell’evento. Bisogna capire che le conquiste tecnologiche in quel periodo si susseguivano una dopo l’altra. Quando però tutti i media del mondo puntarono la propria attenzione sul primo Sputnik il Presidente capì che si trattava di una conquista senza precedenti.

I sovietici potevano vantarsi di un titolo che brillava come le stelle del cielo: pervye v kosmose, i primi nello spazio. La Pravda dichiarò che lo Sputnik avrebbe spianato la strada ai viaggi interplanetari. Era vero.

A seguito di questo successo, Korolev mandò i suoi ingegneri in vacanza per prendersi qualche settimana di meritato riposo. Ma mentre la sua squadra festeggiava la gloria da qualche parte sulle spiagge della Crimea, Korolev ricevette una chiamata da Khrushchev  in persona, che gli disse che non era tempo per fermarsi. Entro l’anniversario della Rivoluzione Bolscevica, il 1957, l’Unione Sovietica doveva battere un altro record e dimostrare agli Stati Uniti la sua superiorità indiscussa. Questo significava che Korolev aveva un mese di tempo per mandare un cane nello spazio. Così, anche gli altri scienziati dovettero rientrare alla base senza preavviso per cominciare il lavoro sullo Sputnik 2.

Laika

Quando Laika è entrata a far parte del programma per cani spaziali del generale Korolev gli  ingegneri sovietici l’avevano battezzata Kudryavka. Prima di di quel momento, della storia di Laika si conosce poco. C’è un fumetto molto bello di Nick Abazis, chiamato appunto Laika, che prova a immaginare come la cagnolina sia arrivata nelle mani di Korolev.

La storia di Laika è importante non solo per i diversi primati che ha rappresentato, ma anche perché ha portato il mondo a riflettere sul nostro rapporto con gli animali e su un’etica della scienza. 

Laika, infatti, oltre ad essere il primo essere vivente nello spazio e la prima cagnolina ad esserci stata mandata da sola – solitamente andavano in coppia – è stata anche la prima ad essere fatta partire sapendo che non sarebbe tornata. La pressione posta da Khrushchev per il lancio entro un mese dallo Sputnik I non lasciava alternative: la tecnologia per permettere a un animale di sopravvivere per più di pochi giorni nello spazio semplicemente non esisteva.

Laika era stata una seconda scelta: gli scienziati erano convinti che una cagnolina di nome Albina fosse da mandare nello spazio. Albina era già una mezza celebrità nel settore aerospaziale, aveva partecipato a diversi test di prova ed era considerata la candidata principale per la missione. Korolev aveva assegnato a Vladimir Yazdovsky il compito di preparare i cani per lo spazio. Ma poco prima della partenza Albina aveva partorito tre cuccioli. Yazdovsky sapeva che se messa sullo Sputnik II non sarebbe più tornata indietro. Ebbe pietà della cagnolina e decise di sostituirla con Laika.

C’erano delle caratteristiche precise che una cagnetta doveva possedere per poter partire verso le stelle: doveva essere bianca, per poter essere vista dalla telecamera in bianco e nero montata sul veicolo; doveva essere piccola, visto che i razzi dell’epoca non potevano sopportare molto peso; doveva essere randagia e quindi robusta di costituzione, già selezionata dalle leggi della strada; e doveva essere femmina, perché non c’era spazio all’interno della capsula per alzare la gamba quando il cane avrebbe dovuto fare i propri bisogni.

Laika quindi fu spedita in orbita con tre giorni di acqua a disposizione. I sovietici dichiararono che riuscì a sopravvivere per circa una settimana e tre rotazioni intorno al globo, morendo in maniera indolore mentre orbitava nel cosmo, ma dichiarazioni più recenti smentiscono questi dati. Laika sarebbe morta entro poche ore dal lancio, probabilmente di paura e di caldo. È stato dichiarato nel 2002 al World Space Congress in Texas da Dimitri Malashenkov. L’altra cosa è che non è chiaro quanto il sacrificio di Laika sia stato utile al fine di portare un essere umano nello spazio: i dati raccolti erano limitati e l’obiettivo principale era battere gli Stati Uniti.

I voli con i cani continuarono per diversi anni prima di essere interrotti, in parte a causa delle implicazioni etiche che il pubblico sembrava sopportare con sempre più difficoltà. Tre anni dopo il volo di Laika, Lisichka (Piccola Volpe) e Chaika (Gabbiano) furono messe sul razzo R7. Questo era un test cruciale per inviare in orbita un uomo: l’R7 infatti era il prototipo del Vostok che un anno dopo avrebbe portato Yuri Gagarin nello spazio. Khrushchev  aveva spiegato a Korolev che sarebbe stato ritenuto personalmente responsabile se un astronauta americano fosse entrato per primo nello spazio. Potete immaginare la pressione che questo povero uomo continuava a subire in quegli anni. Il razzo R7 però esplose sulla piattaforma di lancio e entrambe le cagnette bruciarono vive al suo interno.

Le prime due cagnoline a raggiungere lo spazio e tornare sane e salve sono Belka (Scoiattolo) e Strelka (Freccia), partite il 19 agosto 1960. Le due icone sono oggi imbalsamate ed esposte al Museo della Cosmonautica di Mosca. Nel novembre successivo Strelka detta alla luce sei cuccioli. Krusciov decise di darne uno, Pushinka, in regalo alla famiglia del presidente degli Stati Uniti Kennedy. Un modo gentile e amorevole per far sì che il Presidente americano avesse tutti i giorni sotto gli occhi l’ultima e più grande conquista sovietica.

Una cosa simpatica: poco tempo dopo Pushinka si accoppiò a uno dei cani dei Kennedy, Charlie, dando vita a una cucciolata di cani americano-sovietici.

La storia delle cagnette spaziali si trova anche nel libro Soviet Space Dogs, di Olesya Turkina, ricercatrice al museo di stato di San Pietroburgo. Il libro è pubblicato da Fuel Publishing e contiene anche un sacco di immagini di tutti i cani che hanno viaggiato su navicelle sovietiche.

Valentina Tereshkova, la prima donna nello spazio

Tra i pezzi forti del Museo della Cosmonautica di Mosca ci sono le riproduzioni in scala originale dei vari Sputnik; l’elettrocardiogramma di Yuri Gagarin, registrato ogni quattro ore prima che venisse lanciato nel cosmo; le tute originali dei primi sei cosmonauti; Belka e Strelka imbalsamate, e moltissime altre riproduzioni e pezzi originali per gli appassionati.

Dopo la stanza in cui sono esposti tutti gli animali mandati nello spazio (vi abbiamo parlato di cani, ma c’erano scimmie, serpenti, criceti, insetti e non solo), c’è una vetrina che sembra un album di figurine e che rappresenta tutti i cosmonauti prima sovietici e poi russi, in fila, sorridenti nella loro tuta spaziale bianca su cui svetta la sigla CCCP, alcuni detentori di gloriosi primati: il primo uomo a camminare nello spazio, la prima squadra, il primo uomo di origine africana, il primo asiatico, ovviamente la prima donna, e anche l’ultimo cosmonauta è partito da sovietico ed è tornato da russo.

Della prima donna nello spazio invece si è parlato molto anche di recente. Chi ha visitato la bellissima stazione dei Cosmonauti nella metropolitana di Tashkent, dedicata appunto agli esploratori dello spazio, forse ha notato il suo ritratto sulla parete tra il passaggio di un treno e l’altro.

Valentina Tereshkova è apparsa di recente sui giornali perché è stata proprio lei a proporre la legge, molto discussa, grazie a cui i mandati presidenziali di Putin verrebbero resettati e lui sarebbe in grado di ricandidarsi per altre due volte, guidando il Paese fino al 2036 – sempre che ci arrivi vivo. 

Valentina Tereshkova aveva solo 26 anni quando fu mandata nello spazio il 16 giugno 1963. Erano passati appena due anni dalla missione della più grande rockstar dell’Unione Sovietica, Yuri Gagarin, che Khrusciov definì “la prima rondine sovietica nel cosmo”.

Nel museo il video del lancio è proiettato in loop, e vi giuro che ci si commuove a sentire la voce fuori campo che dice “poechali!” (su, andiamo!) quando il Vostok si stacca da terra.

Nata a Yaroslavl’ nel pieno del terrore staliniano, si era distinta come paracadutista. Anzi, per la verità aveva iniziato ad allenarsi di nascosto da sua madre, nei weekend, e in gioventù ha collezionato ben 90 lanci col paracadute. C’è una bellissima intervista di Mary Dejevsky sul Guardian, registrata in occasione dell’80esimo compleanno di Valentina, nel 2017. 

La sua storia è tanto interessante quanto controversa. Fu scelta tra un team di 5 cosmonaute, con cui tra l’altro è rimasta ancora amica oggi e con le quali, assicura, non c’era affatto invidia, perché, dice, “ognuna di noi sapeva che le altre erano meritevoli di essere scelte”. 

Il suo lancio nello spazio fu festeggiato come un successo planetario e la naturale conseguenza della parità di genere e di diritti che c’era in Unione Sovietica. Valentina divenne e rimane tutt’ora un modello per milioni di donne nel mondo post-sovietico e non solo, ma quell’equità che il potere le aveva fatto incarnare aveva un retrogusto un po’ amaro ed è forse più un traguardo formale che altro, anche perché, dopo di lei, in Unione Sovietica ci fu soltanto un’altra cosmonauta donna ad essere mandata nello spazio, Svetlana Savitskaya.

Nel concreto, la spedizione di Valentina fu esposta a rischi gravissimi per un problema tecnico e le fecero giurare di non farne parola con nessuno. Valentina ha tenuto questo segreto per oltre trent’anni. Cioè, per parlare aspettò che il responsabile di quell’errore fosse già sepolto sotto terra. Per alcuni aspetti la sua missione a bordo del Vostok 6 fu un fallimento: la accusarono di essere pigra e addirittura di essere partita malata, tanto da non aver condotto correttamente i test a bordo, e di non aver eseguito gli ordini. Trent’anni dopo, la Tereshkova rivelò che in realtà tutto filò liscio, ma che fu lei a chiedere di stare a bordo tre giorni anziché uno, mentre tutti i test erano stati calibrati su un solo giorno.

Riguardo alla missione, è vero che ci fu un intoppo e fu anche molto serio. Valentina se ne accorse subito dopo il decollo: le impostazioni per il ritorno erano errate, nel senso che erano orientate per il decollo e non per l’atterraggio. Rischiava di essere mandata ancora più lontano e di non fare mai più ritorno sulla Terra. Comunicò subito la cosa a Koroliov, che le mandò delle nuove coordinate, dicendole “non parliamo di questa cosa”.

Da quel giorno in poi, la sua vita non è più stata la stessa. Fu fatta sposare con un altro cosmonauta, Andriyan Nikolayev, ma si è a lungo parlato di un matrimonio quasi combinato dalle autorità per rinforzare la fiaba spaziale che il Paese stava vivendo. Le nozze furono celebrate dallo stesso Nikita Krusciov, ma i due divorziarono nel 1982, quando Valentina si risposò, questa volta più felicemente, con un chirurgo. Valentina ha vissuto una vita da diplomatica di grande importanza e sotto grandi pressioni. Membro del Soviet Supremo e poi del comitato centrale, vicepresidente della commissione per l’Educazione e la Scienza dell’URSS, ai giorni nostri è arrivata tra le file del partito Russia Unita, quello di Putin. È sì un’icona, ma anche una donna che incarna alla perfezione la parabola della sua generazione. 

Per la Tereshkova, Putin è il leader che ha riportato il Paese al suo antico splendore, con un ventennio di stabilità, speranza e ripresa economica, ma soprattutto salvandolo dalla disgregazione. Nell’intervista per il Guardian, di Vladimir Vladimirovich dice “È una splendida persona”. Fu la Tereshkova a suggerire alla Duma, nel 2016, di regalare 450 rose al Presidente per i suoi 64 anni: una per ogni seduta della Camera bassa. Fu lei a visitare le truppe russe in Siria e a recarsi in Crimea nel 2014 per sostenerne l’annessione. Ed è sempre grazie a lei se la Federazione Russa rimane un baronato di Putin e dei suoi forse per altri sedici anni, finché morte non li separi. Gli emendamenti sono stati votati l’1 luglio.

Quando la giornalista le chiede com’era essere lì, nello spazio, cosa le ha dato quell’esperienza unica, la Tereshkova però si scioglie un po’ e dice: “Quando sei lassù, ti manca terribilmente la Terra, perché è la tua culla. E quando torni, vuoi solo scendere e abbracciarla”.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

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