02.04 – LA TRANSNISTRIA ESISTE

Pensate di avere un passaporto col quale non si può viaggiare. Una valuta che non si può cambiare. Di attaccare francobolli a cartoline che non si possono spedire. E di vivere in uno stato che non è riconosciuto da nessuno. O quasi. Per essere più precisi immaginate di vivere in un paese riconosciuto solamente dall’Abkhazia, dalla Repubblica del Nagorno Karabakh e dall’Ossezia dell’Sud, cioè tre stati a loro volta non riconosciuti quasi da nessuno. Stiamo parlando, ovviamente, della Transnistria.

Una striscia di terra incastrata tra Moldavia e Ucraina, autonoma dal 1992, e famosa all’estero per tutti i peggiori motivi. È una delle zone di conflitto congelato emerse dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991. Secondo gli stati dell’ONU la Transnistria fa parte della Moldavia, anche se superando il confine l’abbondanza di falci e martelli rende abbastanza chiaro di essere in un luogo diverso.

Bandiere rosse e russe, statue di Lenin e simboli del comunismo non passano inosservati, ma sarebbe sbagliato pensare alla Transnistria come un paese rimasto congelato all’epoca sovietica. Anche se è vero che buona parte dei media occidentali ne parla proprio così. Basta una semplice ricerca online:

Wired: “Il paese sovietico che non esiste”

Atlas Obscura: “Dove l’Unione Sovietica si è dimenticata di morire”

BBC: “Il paese che non esiste”

Vice: “Il paese che non esiste”

Nello scrivere questa puntata l’idea iniziale era quella di dare una visione diversa della Transnistria, cercando di mostrare quello che sta dietro questi titoli onnipresenti nei media. Ma non è così semplice: nonostante negli ultimi anni molte cose siano cambiate e parlarne come di un avamposto sovietico rimasto congelato nel tempo non sarebbe giusto, è vero anche che la Transnistria ha un passato talmente oscuro e controverso che non si può tralasciare.

Come è cominciato tutto

Siamo alla fine degli anni ‘80 e come in molti altri paesi dell’Unione Sovietica, anche nella Repubblica Socialista Sovietica della Moldavia stanno crescendo i sentimenti nazionalistici, con le minoranze di lingua russa sparse nelle varie repubbliche che iniziano a temere per il proprio futuro. La Moldavia in questi anni è già un pot-pourri etnico incredibile, dove il russo è la lingua della comunicazione tra i moltissimi popoli che abitano le varie regioni del paese. Ancora oggi, se farete un viaggio da queste parti, vi accorgerete che sia nella capitale Chisinau sia nelle altre regioni convivono tantissimi popoli diversi: moldavi o rumeni, ucraini, russi, bulgari, rom e gagauzi nel sud. Sempre alla fine degli anni ‘80 viene introdotta una legge che elimina il russo dalle lingue ufficiali e i non-moldavi si trovano emarginati dalla società. È la goccia che fa traboccare il vaso per la popolazione russofona che vive al di là del fiume Nistru.

La Repubblica socialista sovietica moldavo-pridnestroviana si dichiara indipendente il 2 settembre 1990. Già negli anni precedenti bisogna dire che i due territori avevano delle differenze: la Moldavia era rimasta un paese prevalentemente agricolo, mentre la Transnistria era stata molto industrializzata. Nel 1990 la Transnistria rappresentava il 40% del PIL della Moldavia sovietica mentre aveva solo il 15,2% della popolazione e copriva il 12,4% del territorio moldavo. Nel disperato tentativo di evitare un’ulteriore frammentazione dell’Unione Sovietica, l’allora leader dell’URSS Michail Gorbacev annulla la proclamazione d’indipendenza della Transnistria, permettendo di fatto alla Moldavia di dichiarare la propria indipendenza – Transnistria inclusa – nel 1991. Le tensioni tra le due regioni degenerano in un conflitto militare nel marzo 1992. A luglio, quando viene proclamato il cessate il fuoco, si contano circa 1000 morti.

Così nasce la Transnistria, una nazione fantasma fortemente militarizzata, forte abbastanza da difendersi dalla Moldavia ma non potente a sufficienza da diventare uno stato riconosciuto. Nonostante sia tutt’oggi sconosciuta ai più, la sua condizione di stato non riconosciuto ha creato non pochi problemi agli stati che lo circondano. A causa del suo status politico mal definito l’attività economica della Transnistria è rimasta per quasi due decenni non regolamentata e in gran parte in mano alla criminalità organizzata. 

Negli anni successivi alla guerra, la Transnistria diventa di fatto un feudo personale della famiglia del presidente Igor Smirnov e i suoi alleati, tra cui il famigerato capo del Ministero della Sicurezza di Stato, Vladimir Antyufeyev, ex membro del KGB. Entrambi questi personaggi erano molto legati a Mosca fin da prima della dichiarazione d’indipendenza. Mentre Smirnov veniva da un passato operaio, Antyufeyev è un personaggio più ambiguo: originario di Novosibirsk e veterano del KGB, arriva in Transnistria dopo essere stato accusato di crimini contro lo stato in Lettonia. Antyufeyev era diventato uno dei leader dei gruppi militari che combattevano contro il nuovo governo lettone anti Cremlino. La procura di Riga apre un procedimento penale contro Antyufeyev, ma lui fugge in Russia prima di spostarsi in Transnistria sotto falso nome. Si ribattezza Vladimir Shevtsov, e diventa capo dei servizi segreti. Grazie ai loro contatti, Smirnov e Antyufeyev riescono a garantire il supporto degli oligarchi russi, che finanziano molte delle attività in Transnistria e inviano 1,500 soldati russi sta in modo permanente in Transnistria per mantenere la pace.

Se vi state chiedendo com’è possibile che una striscia di terra così piccola sia riuscita a sollevare tutto questo polverone, la risposta sta nella mano lunga di Mosca. In Transnistria l’economia “ufficiale” resiste solo grazie al supporto russo: la Transnistria riesce a sostenersi economicamente perché la Russia le vende energia a un prezzo molto più basso che non alla Moldavia e così le aziende transnistriane diventano più competitive. 

I transnistriani comprano il gas dalla Gazprom per 60 dollari per mille metri cubi, cioè un terzo rispetto ai moldavi. Oltre a questo, la Transnistria ha accumulato quasi 2 miliardi di debiti con la Gazprom, che però non sono mai stati riscossi: anzi, nel 2007 l’azienda ha stabilito che questi dovessero essere pagati dalla Moldavia.

Le relazioni tra Transnistria e Russia sono molto dense, ma hanno le caratteristiche di un amore non del tutto corrisposto. Prima nel 2006 e poi nel 2014 dopo l’annessione russa della Crimea, la Transnistria ha ventilato l’idea di farsi annettere dalla Russia, ma la cosa si è sempre risolta in un nulla di fatto. Anzi: la Russia riconosce ufficialmente altre repubbliche separatiste come l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, ma non la Transnistria.

Non è un mistero che la Russia influenzi moltissimo la politica locale per conservare il suo potere e tenere in scacco la Moldavia. La Russia negli ultimi anni ha attuato politiche di “passaportizzazione” dei cittadini in vari stati post-sovietici, incluse le repubbliche non riconosciute e in parte anche in Transnistria. Allo stesso tempo, però, i transnistriani possono ottenere anche il passaporto moldavo. La questione è molto complicata e sempre in bilico: la Transnistria torna comoda alla Russia per esercitare potere sulla Moldavia, ma non è abbastanza interessante e utile perché sia annessa o riconosciuta ufficialmente. In sostanza, rimane un doppio buco nero, conteso con la battaglia dei passaporti moldavi o russi.

Il favoloso mondo della Sheriff

Non si può, però, parlare della Transnistria senza parlare della Sheriff. Qualcuno conoscerà la squadra di calcio, una delle più forti nella regione, ma la Sheriff in realtà è molto di più. È una holding che controlla la stragrande maggioranza delle imprese redditizie della regione: supermercati, distributori di benzina, internet, telecomunicazioni, produzione tessile, radio e televisione, vendita di auto, l’editoria, la produzione di brandy, la pubblicità. L’azienda Sheriff, in breve, controlla tutto. È stata fondata da ex agenti del KGB negli anni ’90, in collaborazione con Smirnov. La Sheriff deve la sua fortuna al commercio illegale di sigarette, alcool e cibo, reso possibile dal confine mal regolato tra la Transnistria e la vicina Ucraina. Il porto del Mar Nero di Odessa, in Ucraina, punto di sosta per i prodotti provenienti da tutta l’Eurasia, dista circa 80 km dal confine con la Transnistria, porta d’accesso marittima a un mondo di ricchezze illecite.

Tutta la ricchezza derivata da questi traffici ha portato la Sheriff a fondare una squadra di calcio e costruire uno stadio da 250 milioni di dollari: il doppio del bilancio annuale dello stato della Moldavia. Si stima che il fatturato della Sheriff raggiunga i 4 miliardi di dollari l’anno, mentre il PIL ufficiale della Transnistria è di circa 85 milioni di dollari. Pensate di vivere in un paese il cui PIL corrisponde al 2% del fatturato annuale dell’azienda principale. Come in tanti altri paesi del mondo post-sovietico, non c’è niente di più distante dalle persone comuni della politica ed è così anche in Transnistria. Le narrazioni dei media si concentrano sugli scandali di pochi e ignorano la vita quotidiana di circa 450.000 persone che, il più delle volte, non ci hanno niente a che fare. Ma, soprattutto, che vivono in un paese che dà poche opportunità, in cui gli ospedali sono raccapriccianti, le scuole non russofone fanno fatica a sopravvivere e gli stipendi sono una miseria.

Land of corruption

Questa combinazione di stato fantasma, traffici illeciti e influenza dell’oligarchia russa ha portato la Transnistria degli anni 90 a diventare uno dei territori più corrotti d’Europa. Nelle parole del presidente moldavo Voronin, si tratta di “una mafia, un regime corrotto e bandito guidato da Smirnov, che è ora al potere nella regione oltre il Nistru”. La delegazione del parlamento europeo in Moldavia l’ha descritta come “un buco nero in cui il commercio illegale in armi, il traffico di esseri umani e il riciclaggio di denaro sporco sono portati avanti”. Un rapporto finanziato dal Dipartimento Britannico per lo Sviluppo Internazionale diceva: la Transnistria “è una società di contrabbando mascherata da Stato”.

La scomparsa dei razzi Alazan

Una questione di particolare preoccupazione è stata l’apparente scomparsa di alcuni di

razzi Alazan. L’Alazan è un’arma poco usata in guerra, ma potenzialmente efficace in attacchi terroristici. Originariamente questi razzi erano stati costruiti in epoca sovietica come parte di un programma per contrastare la grandine che danneggiava i raccolti: venivano sparati contro le nubi in arrivo per dissolverla. Questa tecnica non ha mai funzionato, ma la produzione è andata avanti e migliaia di razzi sono stati completati e distribuiti. E utilizzati dai gruppi ribelli che non avevano accesso a armi più potenti in Nagorno Karabakh e Ossezia del Sud.

In Transnistria pare invece che sia stato il governo ad utilizzare l’Alazan, ma in modo diverso rispetto ad altri gruppi: alcuni riferiscono infatti che negli anni ‘90 almeno 38 di questi razzi siano stati convertiti in “armi sporche”. Le loro testate sono state riempite di materiale radioattivo tale da contaminare una vasta area al momento dell’impatto. Si presume che la Transnistria abbia prodotto queste armi radioattive solo come deterrente, ma è preoccupante pensare che possa esistere un mercato nascosto di armi di distruzione di massa.

Oggi non è chiaro esattamente dove siano queste armi. Alcune sono state sepolte in una miniera vicino a Bacioc, un villaggio di 800 persone a 20km da Tiraspol, mentre altre potrebbero essere ancora in circolazione. Dal 1995 la popolazione di Bacioc si è dimezzata e il comune ha dovuto costruire un secondo cimitero. La miniera si trova vicino all’unica fonte di acqua che arriva al villaggio. A tutto questo va aggiunto il fatto che nel 2016 una morte su quattro era causata dal cancro.

La Transnistria oggi

Da quando la Transnistria ha dichiarato l’indipendenza 30 anni fa, la popolazione di Tiraspol è diminuita di almeno un terzo, una buona parte dei residenti sono andati via per cercare fortuna in Russia o in Moldavia. Nel 2011 il Presidente Smirnov ha perso le elezioni e ha dovuto abbandonare la sua carica. Da allora molto è cambiato e nonostante in Transnistria rimangano ancora molti problemi, oggi è un luogo molto diverso rispetto a dieci anni fa. La guerra civile del 2014 in Ucraina, e la successiva divisione del Paese in prossimità del confine orientale con la Russia, hanno indotto a rivalutare la politica di confine e la facilità con cui operano le imprese criminali. L’Ucraina e la Moldavia hanno iniziato a collaborare per domare le frontiere selvagge che facilitano le cause separatiste.

Viaggiare in Transnistria

In passato i racconti che si leggevano su internet di viaggiatori in Transnistria erano vere e proprie storie dell’orrore. Mazzette alla polizia, minacce, rapine sembravano all’ordine del giorno in questa terra di nessuno. Al confine fittizio che esiste in Moldavia venivano concesse solo 24 ore nel territorio ed era richiesta la registrazione alla polizia. Oggi non è più così: la Transnistria è un luogo tranquillo, i visti durano fino a 45 giorni ed è possibile entrare liberamente sia da Chisinau che da Odessa.

Non solo la Moldavia non scoraggia le visite, ma ormai ci sono anche agenzie turistiche e guide moldave che organizzano tour in giornata della Transnistria. Dall’autostazione di Chisinau basta salire su una marshrutka per Tiraspol ed è fatta, si è fuori dal mondo dei paesi riconosciuti. È vero, si tratta pur sempre di una repubblica non riconosciuta dove l’assicurazione sanitaria di solito non vi copre e non c’è assistenza diplomatica, ma la Moldavia è talmente vicina e facile da raggiungere che non serve preoccuparsi troppo. 

Un progetto che dovete davvero conoscere è The Moldovan Diaries. È fatto benissimo ed è stato creato nel 2015 da Paolo Paterlini e Cesare de Giglio. Ci sono video e foto da tutte le regioni della Moldova, incluse la Transnistria e la regione autonoma della Gagauzia. Le storie sono molto profonde e commoventi. 

Orgoglio transnistriano: il cognac Kvint

La Transnistria, oltre a essere un territorio contestato, si trova nella regione vinicola della Bessarabia, una delle regioni migliori per la produzione di vino dell’Est Europa. Magari avete sentito parlare del vino moldavo, ma di questa imitazione del cognac francese difficilmente si sente in occidente, nonostante venda 20 milioni di bottiglie l’anno.

La distilleria Kvint esiste dal 1897, è una delle aziende più antiche che operano in Transnistria, tanto che appare anche sulla banconota da 5 rubli transnistriani. Il Kvint è prodotto con lo stesso processo del cognac francese, un processo molto specifico che prevede la distillazione in rame e l’invecchiamento in legno per minimo 3 anni, ma nonostante le similitudini non può essere chiamato Cognac, non essendo francese.

Nel 1986 la Kvint fu duramente colpita dalla campagna di proibizionismo di Michail Gorbacev: i vigneti furono sradicati e per un anno dovette produrre succhi di frutta al posto dei liquori. Con la caduta dell’Unione Sovietica però la distilleria si è ripresa rapidamente. Pensate che le bottiglie di Kvint sono arrivate fino in Vaticano e nello Spazio grazie ai cosmonauti. Si dice che sia stato il brandy preferito di Yuri Gagarin. Per ringraziarlo (da morto) gli hanno pure dedicato una bottiglia, il cognac “Baikonur”, come il cosmodromo in Kazakistan da cui partì la missione.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

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