02.03 – SANATORI

A partire dalla fine del 19esimo secolo, un gran numero di russi e ucraini si stabilirono nel nord del Kazakistan, aprendo le prime grandi fattorie. Anche i kazaki, con le loro rotte migratorie interrotte, cominciarono ad adottare uno stile di vita più sedentario. È in questo periodo che i russi si sono adoperati per rimodellare i kazaki a loro immagine e somiglianza.

I medici hanno portato le pratiche mediche europee, insieme a una buona dose di propaganda che denuncia i guaritori tradizionali, insieme al consueto elogio del socialismo che ha reso accessibili alla popolazione locale i miracoli della medicina moderna.

La rivoluzione staliniana puntava alla rapida collettivizzazione dell’agricoltura. Questo includeva anche l’espansione dei servizi medici volti a mantenere i lavoratori in buona salute e il portare la modernità fuori dalle terre russe.

I piloti portavano i contadini a fare un giro in aereo per dimostrare che c’era nessun Dio in cielo, mentre i medici usavano i moderni farmaci per dimostrare che erano i germi, e non gli spiriti maligni, a causare le malattie. 

Bisogna capire che questi medici non erano solo scienziati: erano dei veri e propri soldati della causa socialista: inviati dal partito per colonizzare la cultura dei popoli centroasiatici.

La biomedicina è stata un pilastro della cultura della Rivoluzione che, sia nelle regioni russe che in quelle non russe, ha cercato di forgiare un’identità pansovietica basata su idee europee di progresso. Senza superstizione e fedeli al potere della scienza, i cittadini neo-sovietici avrebbero avuto fede nella capacità dello del partito comunista di guidare la cittadinanza verso tappe sempre più alte di sviluppo economico e culturale.

Il diritto alle vacanze

Siamo già nel 1936 e la nuova costituzione dei Soviet sancisce il diritto al riposo. Sembra scontato, ma non lo è per niente: è un immenso passo avanti. Come dicevano allora in URSS, in Francia l’unico riposo che i lavoratori di quegli anni potevano vedere era quello nella bara.

In Unione Sovietica, invece, non si parlava più di un solo riposo, ma addirittura di due: l’otdykh, ossia relax e trattamenti curativi in un sanatorio e il turizm, l’embrione del turismo avventuroso, che era per pochissimi, in buona salute, ed era una cosa molto spartana e sportiva.

In entrambi i casi, c’era però poco da fare i lupi solitari: sia per il riposo nei sanatori sia per il turismo avventuroso, si trattava sempre di turismo di gruppo, sorvegliato da medici e infermieri nel primo caso e da guide esperte nel secondo. Il turismo indipendente non esisteva in URSS. Il nocciolo della questione del turismo e delle vacanze era che da un lato era necessario per l’individuo e per la società, ma dall’altro non doveva proporre svaghi frivoli, egoistici e quindi pericolosi come quelli che stavano prendendo piede in Occidente: discoteche, pop-corn e bowling. Il “diritto al riposo” doveva avere un grande, grandissimo scopo dichiarato: tornare rigenerati, in forze, per poi lavorare meglio e giovare alla collettività. Il benessere del singolo non era egoismo, ma altruismo.

Benessere sovietico per tutti (più o meno)

Diane Koenker, storica americana, nel libro Club Red: Vacation Travel and the Soviet Dream, racconta lo sviluppo del turismo dagli anni ‘20 agli anni ‘80 in Unione Sovietica. Che non era, per dirlo come lei, “una branca dell’economia”, ma un vero e proprio “movimento sociale”. Il periodo più interessante è l’ascesa inarrestabile dell’istituzione dei sanatori, iniziata negli anni ‘30 e dell’immaginario collettivo di benessere, divertimento e abbondanza ma sempre nell’ottica di un piacere e di un beneficio collettivo.

Questa moda, però, in Europa spopolava da vari decenni. Infatti in Russia già nell’800 era nata la moda delle spa, delle località di villeggiatura e delle acque curative. L’aristocrazia però preferiva mille volte andare in Francia, Svizzera o in Germania che non a Yalta o Kislovodsk. 

In epoca sovietica, il sanatorio era la quadra perfetta all’annosa e dibattuta questione del piacere, dello svago e del benessere del singolo. Anche l’andare in vacanza diventava un ingranaggio della grande e perfetta macchina. Il lavoratore aveva bisogno di “riparazioni” annuali e per questo il suo riposo sarebbe stato monitorato scientificamente, controllato, misurato. Addirittura, l’efficacia delle cure poteva essere misurata in chili: quelli presi durante il soggiorno in sanatorio, grazie a speciali diete ipercaloriche. Stalin non aveva più dubbi: bisognava costruire sanatori, e ancora sanatori. 

Il 1937 era l’anno del Grande Terrore staliniano, e mentre centinaia di migliaia di persone venivano arrestate e mandate nel GULag per delle sciocchezze, i posti letto nei sanatori erano raddoppiati rispetto ai cinque anni precedenti, e se ne contavano già più di 113 mila. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, sempre più cittadine venivano destinate a diventare i luoghi di vacanza per milioni di lavoratori: venivano eretti templi della cura, veniva portata la ferrovia, e di conseguenza fiorivano decine di attività destinate ai pazienti-turisti.

La storia delle “vacanze sovietiche” è raccontata molto poco e ci riesce tutt’ora difficile immaginare che a partire dalla fine degli anni ‘30 ci fossero treni diretti da Mosca per paesini oggi irrilevanti come Tskhaltubo in Georgia, solo per l’enorme popolarità che questi posti avevano grazie alle loro acque miracolose.

Le città e i trattamenti del benessere

Le zone più fortunate e storiche erano il Caucaso Russo, l’Abkhazia e la Crimea. Le cittadine di Piatigorsk, Zhelenovodsk, Essentuki e Kislovodsk videro, negli anni, un vero e proprio boom di costruzione di sanatori; l’Abkhazia da tempo era già stata individuata come località perfetta per curare la tubercolosi e altre malattie respiratorie, grazie al mare e al clima sub-tropicale di Sukhumi. Tra i più famosi pazienti dei sanatori di Sukhumi ci fu, per due mesi (probabilmente cruciali per la sua carriera politica poi naufragata), anche Lev Trotsky. Per la Crimea, invece, l’epoca dei sanatori era solo il primo gradino della strada della gloria come paradiso terrestre per le vacanze.

Il bellissimo libro fotografico Holidays in Soviet Sanatoriums, curato da Maryam Omidi e con gli scatti di 8 fotografi diversi, racconta quelli che esistono ancora, le loro architetture eleganti o moderniste e i loro trattamenti al limite del delirante. Molti furono costruiti nelle località più disparate e in moltissime repubbliche e regioni sovietiche: da quelli in Azerbaigian che offrono bagni nel petrolio, a quelli più psichedelici del Tagikistan e del Kirghizistan; da quelli sul Mar Baltico a due passi da Riga, in Lettonia, a quelli nella campagna moldava o lungo il mare di Odessa, in Ucraina. E in più, nei primi anni dopo la Rivoluzione, si sviluppò enormemente la Riviera Russa e in particolare la cittadina marittima di Sochi. Che è ancora talmente amata dai potenti, che Putin fece di tutto perché ospitasse le olimpiadi invernali del 2014. Il paesello infestato dalla malaria di cent’anni fa, ai piedi del Caucaso innevato, oggi è sia la Courmayeur che la Portofino della Russia. 

L’ondata dei primi villeggianti fece correre ai ripari le amministrazioni, che si resero conto che era concretamente impossibile garantire a tutti un soggiorno presso i sanatori più esotici e rinomati. Così sorsero delle soluzioni intermedie e decisamente più spartane, chiamate “riposo a casa”: si trattava di centri perlopiù diurni a poca distanza dalle grandi città, dove i lavoratori potevano riposarsi, mangiare bene e svagarsi nel giorno di riposo settimanale oppure d’estate.

In ogni caso, l’accesso ai sanatori, specie nei primi anni, era abbastanza farraginoso. Si accedeva solo tramite voucher, la putyovka. Servivano certificazioni mediche, selezioni di fronte a diversi comitati d’esame, e anche pagando di tasca propria non era possibile accedere ai sanatori più specifici senza prescrizione. C’era poi il fatto che si privilegiavano i lavoratori industriali a discapito dei malati. In certi periodi l’80% dei posti era destinato a loro a prescindere. 

Così finiva che si entrava per conoscenze o corruzioni. I voucher venivano elargiti come premi e i sanatori erano pieni di gente in salute anziché di malati. Anche oggi, in alcuni paesi queste putyovki sono distribuite dallo stato ai malati tramite il sistema sanitario. In certi sanatori si può accedere pagando oppure gratuitamente, se si ha una putyovka.

Tra i trattamenti più popolari si trovano:

  • Bagni nell’acqua minerale al radon, un gas nobile radioattivo
  • Disinfezione del naso con raggi ultravioletti
  • Terapia dell’uva: mangiare solo uva per una settimana
  • Sanguisughe per il drenaggio sanguigno
  • Erbe delle montagne uzbeche somministrate secondo i rimedi del filosofo persiano Avicenna

Il Sanatorio di Jeti Oguz

Un’area importante per l’industria (se così si può chiamare) dei sanatori è il lago Issyk Kul, in Kirghizistan. L’Issyk Kul è il secondo lago salino più grande alpino del mondo, significa “lago caldo” perché nonostante gli inverni gelidi non congela mai. Leggenda vuole che vedendolo dallo spazio Yuri Gagarin decise che doveva assolutamente visitarlo.

Sulla costa del lago si trovano la maggior parte dei sanatori Kirghizi, e mentre i viaggiatori europei tendono a preferire le montagne, il turismo russo è ancora forte lungo la costa. Un po’ defilato rispetto ai resort sulla spiaggia, c’è il sanatorio di Jeti Oguz.

È un sanatorio sovietico un po’ decadente, che si trova però all’interno di un paesaggio fantastico. Jeti Oguz infatti significa sette tori, per via di una formazione rocciosa che si dice somigli ai culi di sette tori messi in fila.

Questo sanatorio è molto conosciuto nella zona, appartiene all’Unione dei Lavoratori Kirghiza e si dice che proprio qui, nel 1991 dopo la caduta dell’Unione Sovietica si incontrarono Boris Yeltsin e Askar Akayev per decidere il futuro del Kirghizistan.

Nel giardino del parco si nasconde anche una statua di Lenin, ormai offuscata dagli abeti. Jeti Oguz è un luogo un po’ diverso rispetto a quelli di cui parliamo di solito: da qui si può partire per un trekking di 6 – 9 giorni che attraversa la Valle dei Fiori e il passo di Ala Kul a quasi 4000 metri d’altezza.

In questa natura incontaminata, però, si nasconde anche una struttura un po’ più oscura. Non ce le facciamo mai mancare. Circondata da filo spinato, c’è una base navale che risale all’epoca di Stalin. Qui, fino a pochi anni fa, venivano costruite armi subacquee per poi essere testate nel lago Issyk Kul, infatti sul fondale di questo lago del benessere giacciono oggi siluri russi abbandonati dopo i test.

Il Caucaso

La lista di cittadine e villaggi costruiti attorno ai sanatori in Caucaso è lunga, e nonostante in Georgia il turismo negli ultimi anni sia cresciuto in modo esponenziale, nel Caucaso del Nord i centri del benessere rimangono ancora sconosciuti in occidente. Per questo abbiamo chiamato uno specialista di questo angolo del mondo, Gianluca Pardelli, che da anni ormai organizza viaggi proprio in questi luoghi.

Gianluca Pardelli è un fotoreporter e tour operator livornese, ma che da vari anni vive a Berlino. Gianluca sta ultimando come co-autore una delle famosissime guide architettoniche Dom Publishers dedicata al Caucaso russo in uscita prevista a Novembre 2020 in inglese e tedesco. Ma soprattutto Gianluca è uno dei pochissimi tour operator al mondo a organizzare viaggi in queste aree esotiche e assolutamente aliene per noi. Basta dare un’occhiata rapida alle mete e agli itinerari sul sito di Soviet Tours per capire che non è un tour operator qualsiasi. Ed è anche quello che ha organizzato i miei viaggi in Georgia per i lettori di Pain de Route.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

Ringraziamo Gianluca Pardelli per il suo tempo.

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