02.02 – IL LAGO CHE ERA

Le immagini satellitari del prosciugamento del lago sono scioccanti. A partire dagli anni ‘50, gli unici due fiumi che generano il lago hanno subito canalizzazioni scellerate che li hanno privati di acqua a tal punto che nel 2014 il lago d’Aral aveva raggiunto 1/10 delle dimensioni originali. Stiamo parlando di una superficie d’acqua che era grande all’incirca come l’Irlanda: 68.000 km².

Il lago d’Aral si trova nell’Ovest dell’Asia Centrale, diviso tra Kazakistan e Uzbekistan. È in entrambi i casi lontanissimo da qualsiasi itinerario battuto o grande città.

Se io non sono mai riuscita ad andarci perché era sempre troppo fuori mano (alla fine stiamo parlando di oltre un giorno di viaggio da dovunque tu sia per andare a vedere una distesa di sabbia e pesticidi), Angelo invece ci è riuscito ed è salito su un treno per Aralsk, in Kazakistan. Ha fatto un tour in jeep con l’ONG Aral Tenizi, che negli anni ha fornito ai pescatori locali e alle loro famiglie sostegno sociale e finanziario durante la recessione, aiutandoli anche nel ripristino del lago che sta avvenendo oggi.

Un viaggio classico in fuoristrada attraversa il fondale del lago tra branchi di cammelli, pescherecci arrugginiti e villaggi semi-abbandonati. Il minuscolo insediamento di Akespe, dove oggi vivono solo nove famiglie, emerge tra le dune di sabbia di un paesaggio desolato e apocalittico. L’area è un’enorme distesa di vuoto sorvolata dalle aquile a caccia di prede che si nascondono tra la bassa vegetazione.

Il sud non se la passa meglio, ma la cittadina di Moynaq è diventata una meta più o meno popolare per i turisti che vanno a fotografare i pescherecci arrugginiti sull’ex letto del lago. 

Cos’è successo al Lago d’Aral

Fino agli anni ’60, il lago d’Aral era il quarto lago più grande al mondo. Era la massa d’acqua che dava all’Unione Sovietica fino al 15% del suo pescato, ci lavoravano decine di migliaia di persone. Nonostante questo, a Stalin e agli ingegneri idraulici sovietici l’acqua del lago sembrava “sprecata”. L’irrigazione è stata uno dei temi centrali nelle politiche economiche dell’Unione Sovietica degli anni ‘30, come racconta benissimo Westerman in “Ingegneri di Anime” (Iperborea, 2020) e come abbiamo visto con la storia del Canale del Mar Bianco nella prima puntata. 

A partire dagli anni ‘50, furono costruiti 32.000 chilometri di canali, 45 dighe e più di 80 serbatoi per irrigare le zone aride con l’acqua dei due fiumi (Amu-Darya e Syr-Darya) e coltivare cotone nei territori degli odierni Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan. 

Il Grande Canale del Turkmenistan

A distanza di oltre sessant’anni gran parte del lago è perduta per sempre, tanto che l’UNESCO ha già inserito l’Aral tra le Memorie del Mondo. Sembra difficile da immaginare, ma sarebbe potuta andare molto peggio di così. Il padre del disastro è un progetto colossale stroncato sul nascere: il Grande Canale del Turkmenistan. 

Era il 1947 e in URSS c’erano state carestie e siccità devastanti. Da decenni si pensava di canalizzare l’Amu-Darya e il Syr-Darya per irrigare il deserto. Tra le varie proposte, ce n’era una che aveva un’incredibile portata ideologica. Ed era proprio quello che Stalin cercava.

Dopo i vari canali staliniani che avevano reso Mosca la capitale dei cinque mari, mancava solo un ultimo tratto: connettere il Mar Caspio con il lago d’Aral. Sarebbe così stato possibile navigare da Murmansk, sul Mar Glaciale Artico, fino al confine afghano, segnato dall’Amu-Darya. Bastava deviare il fiume per 1.200km attraverso il deserto del Karakum.

Il progetto era folle. Per giunta, gli ingegneri sapevano già negli anni ‘40 che il canale avrebbe ridotto la profondità del lago d’Aral di almeno 11 metri. Ma l’URSS aveva bisogno di altro cotone, pasture, insediamenti urbani e industrie. Fu portata la ferrovia, fu costruita da zero la città di Tahiatash, si mobilitarono detenuti del GULag. L’11 settembre 1950 iniziarono i lavori per il Grande Canale del Turkmenistan, che doveva essere largo 100m e profondo 7m. 

Dopo due anni di colossali preparativi, i lavori di scavo effettivo iniziarono solo cinque giorni prima del 5 marzo 1953, data in cui fu accertata la morte di Stalin. Era la fine di un’era. Ed era la fine anche del Grande Canale del Turkmenistan.

Il Canale del Karakum

Se il primo progetto mastodontico naufragò, ce ne fu un altro che riuscì e che rimane oggi il più grande responsabile del prosciugamento del lago. È il canale del Karakum, il secondo più lungo al mondo (1300km). Convoglia l’acqua dell’Amu-Darya dalle pendici dei monti tagliando tutto il Turkmenistan e si estingue a poche decine di chilometri dal Mar Caspio. I turkmeni lo chiamano “il canale della vita”, ma per il lago d’Aral è stato l’inizio della fine.

Il canale fu avviato nel 1954, a pochi mesi di distanza dal fallimento del Grande Canale del Turkmenistan. La canalizzazione sfrenata dei fiumi continuò nei decenni, e ancora oggi l’Uzbekistan è il quinto esportatore mondiale di cotone, il Turkmenistan l’undicesimo. Il 61% del cotone sovietico era made in Uzbekistan

Le due repubbliche sono vincolate indissolubilmente a una monocoltura devastante per l’ambiente, che richiede sempre più fertilizzanti e moltissima acqua. Il punto però non è solo la deviazione dei fiumi, ma la cattiva costruzione dei canali. Tra il 25% e il 75% dell’acqua, a seconda della stagione, andava sprecata: l’acqua evaporava o si disperdeva nel deserto prima ancora di arrivare a alle piantagioni di cotone.

L’Aral ha iniziato a ritirarsi a vista d’occhio praticamente fin da subito, dagli anni ‘60. Per la verità, al momento il lago è talmente prosciugato che si parla di due laghi distinti, uno del nord e uno del sud. Il disastro del lago d’Aral ha cambiato per sempre un ecosistema che era un’oasi temperata circondata dal deserto. Non solo ha decimato la fauna che viveva della sua acqua, ma ha cambiato il clima della regione, rendendolo ancora più estremo. I fondali del lago prosciugato sono pieni di sale, fertilizzanti e pesticidi. Le tempeste di vento e di sabbia li trasportano nelle aree circostanti, rendendo i campi coltivati ancora meno fertili e causando malattie respiratorie agli abitanti. Migliaia di persone hanno visto le proprie vite distrutte man mano che il lago si ritirava. E l’Uzbekistan, in particolare,  è rimasto in un tunnel da cui sembra impossibile uscire: la monocoltura del cotone. Salvare l’ambiente o salvare le persone.

L’isola tossica

Se le steppe centroasiatiche vi sembravano già abbastanza scapestrate, tra disastri ecologici, test nucleari all’aria aperta, canalizzazioni deliranti e suoli impoveriti dalle monocolture, c’è ancora un’altra storia che vi lascerà senza parole.

In mezzo al lago, su un’isola a pelo d’acqua dove d’estate si raggiungono facilmente i 60°, sempre nel 1954 i sovietici costruirono una città militare con scopi scientifici. I pochi che erano a conoscenza del progetto, lo chiamavano Aralsk-7, mentre i pescatori del lago sapevano che su quell’isola non avrebbero mai più dovuto mettere piede.

È l’isola di Vozrozhdeniye, che in russo significa ‘rinascita’.

Su quest’isola venivano coltivati vaiolo, peste bubbonica, botulino e antrace, che sono tra i virus e batteri più letali al mondo.

L’antrace è un batterio che riesce a sopravvivere per centinaia di anni se è sotto terra e ha di che cibarsi. In Siberia, tra le comunità nenets, si sono di recente verificati dei casi di antrace per colpa dello scioglimento del permafrost: i cadaveri di animali morti di antrace avevano ancora le spore vive. Persino in Scozia hanno trovato antrace nel cimitero di un ospedale medievale. Se l’antrace ti raggiunge polmoni, le probabilità di morte per lesioni interne sono del 90%. Ed è per questo che è stato studiato e utilizzato come arma batteriologica.

Le vasche di fermentazione erano così grosse che la CIA nel 1962 poteva vederle dai satelliti. Virus e batteri venivano rafforzati e resi vaccino-resistenti. Il tutto su un’isola lontana da tutto e tutti, da cui si pensava che quei patogeni non sarebbero mai scappati. E invece.

Il grande pubblico dell’Occidente è venuto a conoscenza dell’esistenza di quest’isola solo negli anni ‘90, quando fu abbandonata per sempre. Per decenni gli scienziati sovietici avevano sperimentato all’aria aperta armi biologiche, condotto esperimenti su animali e coltivato batteri e virus letali all’oscuro del resto del mondo. Questa città segreta era solo una di ben 52 altri siti in Unione Sovietica dove si studiavano armi biologiche, ma era quella che fu scelta per ospitare il più grande deposito di antrace della storia dell’umanità. Parliamo di volumi tra le 100 e le 200 tonnellate di antrace poi buttata in fosse nel terreno e lasciata lì.

Già negli anni ‘70, una ricercatrice era tornata da una spedizione nel lago d’Aral con quello che le fu diagnosticato come vaiolo, a cui era già stata vaccinata. La nebbiolina marrone in cui la nave era incappata era probabilmente il frutto di un’esplosione accidentale di vaiolo vaporizzato. Negli anni successivi trovarono due pescatori morti probabilmente di peste e ci furono grandi morie di pesci. Nel 1988, in un’ora soltanto, un branco di 50.000 saiga, un’antilope con una mini proboscide originaria delle steppe kazake, morì per circostanze mai accertate nelle steppe vicine all’isola. Oggi la saiga è in via d’estinzione.

Con la caduta dell’Unione Sovietica, ciò che accadeva a Vozrozhdeniye è gradualmente emerso dall’ombra e la città ha iniziato a comparire sulle mappe. Subito dopo l’attentato alle torri gemelle e gli attacchi all’antrace del 2001, gli Stati Uniti si premurarono di distruggere personalmente le enormi riserve di antrace e quello che rimaneva degli altri agenti patogeni dell’isola. Organizzarono una spedizione costata 6 milioni di dollari e ripulirono tutto il più possibile.

Da allora sono successi altri due eventi importanti. Nel 2005 il giornalista e geografo Nick Middleton, dell’Università di Oxford, ha compiuto una spedizione sull’isola, fotografando e filmando ogni cosa. Era il primo occidentale a mettere piede sull’isola dopo la spedizione americana. 

La seconda cosa è che l’isola non è più un’isola: con l’evaporazione dell’Aral, Vozrozhdeniye è diventata parte del deserto del Karakalpakstan. Il suolo contaminato di antrace antibiotico-resistente e chissà che altro è adesso collegato alla terraferma. Si trova a 360km a nord di Moynaq. Piano piano, l’isola è stata raggiunta da qualche stalker russo e dal lato kazako con 2.000 dollari qualcuno ti ci porta in moto.

Resuscitare il lago d’Aral

Il futuro dell’Aral meridionale non è promettente. Sotto la presidenza di Islam Karimov, che ha governato l’Uzbekistan fino alla sua morte nel 2016, l’industria del cotone è rimasta sotto il controllo dello Stato. Karimov ha fatto di tutto per mantenere lo status di uno dei principali produttori di cotone del mondo senza considerarne il costo umano e ambientale. Se non bastasse, l’Uzbekistan è stato a lungo accusato di ricorrere al lavoro forzato per mantenere alta la produzione di cotone. Bambini, studenti e adulti sono stati sistematicamente mandati nei campi durante la stagione della raccolta tra settembre e ottobre. Mentre il cambio di governo sta lentamente facendo progressi per risolvere il problema, 314 marchi di moda hanno firmato un accordo per boicottare il cotone uzbeko (ma anche quello turkmeno).

La speranza invece sopravvive nell’Aral settentrionale, dove gli sforzi per salvare ciò che resta del bacino hanno dato risultati positivi negli ultimi anni. Nell’ambito di un progetto finanziato con 86 milioni di dollari dalla Banca Mondiale, il Kazakistan ha eretto la diga di Kokaral, un argine lungo 13 chilometri completato nel 2005 che ha portato a un incredibile aumento del livello dell’acqua in poco tempo. Il reintegro dell’acqua nel lago ha significato un ritorno del pesce, ma è ancora presto per cantare vittoria. C’è solo da stare a vedere.

A proposito dell’impatto sociale che questa catastrofe ha avuto sugli abitanti della regione, abbiamo chiamato da Tashkent Sara Scardavilli, una cooperante italiana che lavora per una ONG francese. Sara ha intervistato gli abitanti del lago sia dal lato kazako sia da quello uzbeco e ha studiato l’impatto della cooperazione sulle due comunità. Se dal lato kazako gli sforzi sono stati focalizzati sul salvare il bacino d’acqua (con successo) grazie alla diga, restituendo il lavoro ai pescatori, dal lato uzbeco il lago è dato per perso e i progetti sono stati incentrati sullo sviluppo umano.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

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