06. Dittatori - Cemento Podcast

06. DITTATORI

Che ci piaccia o meno, viaggiando si inciampa in figure politiche del presente o del passato che si sono distinte per atrocità, vanità, grandi riforme o scelte spietate pur di mantenere il potere. Molti di questi personaggi sono morti da decenni, ma la loro presenza è così ingombrante che sembrano non siano morti mai.

È per questo che oggi vi parliamo di dittature e dittatori. Raccontare un dittatore senza scadere nel banale è difficilissimo e questa volta abbiamo chiesto aiuto a due specialisti. Nella puntata sentirete una ricchissima intervista registrata da quattro città europee diverse (Milano-Napoli-Amsterdam-Mosca) a Guido Carpi, ordinario di letteratura russa all’Orientale di Napoli, e Virginia Pili, ricercatrice. 

Guido e Virginia hanno da poco pubblicato un libro tanto piccolo quanto incisivo che riepiloga alcuni punti fondamentali della vita personale e politica di Stalin. Un modo accessibile a tutti di rivisitare la figura del dittatore senza i soliti (e fastidiosi) cliché.

Il libro si chiama Stalin. Il Minotauro e la Cipolla (Clichy Edizioni, 2019) ed è edito da Edizioni Clichy. È ovviamente consigliatissimo.

In Georgia, a Gori, sulle tracce di Stalin

La Georgia, come altri paesi ex sovietici, dal 2003 ha iniziato un processo pesante di de-sovietizzazione visiva e non solo del suo territorio. Sono caduti grossi edifici, monumenti, statue, simboli. Se siete stati in Russia, saprete che in ogni piazza di ogni più remoto villaggio ci sarà sempre un Lenin sul piedistallo ad indicare la via del comunismo. Le statue di Stalin, invece, sono scomparse un po’ dovunque da decenni.

Solo a Gori, in Georgia, fino al 2010 ne rimanevano due. Una, davanti al municipio, abbattuta quello stesso anno, e l’altra, a metà tra la casa natale di Stalin e il Museo di Stalin, che sorge nel Parco Stalin, lungo Viale Stalin. 

La casa natale di Stalin è umilissima, a un solo piano, con un piccolo balconcino in legno e qualche ampia finestra che non tiene uno spiffero. Il Museo è tutto tranne che un museo di storia: sembra una via di mezzo tra una catasta di cimeli sovietici da mercatino e un luogo di culto, dove le babushki che guidano i tour si fanno venire gli occhi lucidi davanti alle foto familiari più tenere. 

L’ultima vera e propria statua di Stalin in Georgia, tra le ultime anche in tutto lo spazio ex sovietico, è proprio a metà tra la casa natale e il museo. Rimane in piedi un po’ per volontà degli abitanti di Gori, un po’ per attrazione turistica. Gori sorge a 80km da Tbilisi in un’area collinare semiarida, caldissima d’estate e molto depressa, anche a causa dei bombardamenti russi del 2008, durante la guerra con l’Ossezia del Sud.

La Tipografia segreta di Stalin

Un altro luogo emblematico della gioventù caucasica di Stalin è invece in una viuzza seminascosta del centro di Tbilisi. È la storica tipografia bolscevica segreta, nascosta sotto una casa, da cui il partito comunista russo di inizio Novecento stampava volantini in georgiano, armeno, azero e russo per diffondere il comunismo tra i lavoratori. Si trova nel quartiere di Avlabari, storicamente armeno, ma da circa un anno non è più visitabile: alcuni dicono perché vogliono costruirci un hotel, altri per lavori di messa in sicurezza.

La tipografia dove anche Stalin lavorò dal 1904 al 1906, fresco di esilio in Siberia, è oggi la sede del Partito Comunista Georgiano, che vive in semi-clandestinità. Anche la Tipografia non è ufficialmente un museo ed è visitabile con un tour guidato, lasciando una donazione. 

La Tipografia vera e propria era una stanza segreta, buia e umida, ricavata sotto una innocua casetta dove vivevano due nonnine, che durante il giorno avevano l’incarico di fare la maglia sul terrazzino. In caso in cui fosse arrivata la polizia, avrebbero suonato un campanello per dare l’allarme ai bolscevichi intenti a stampare 15m più sotto.

La stanza era accessibile da un casottino in giardino, attraverso un finto pozzo, da cui si apriva un passaggio laterale a un altro tunnel che affacciava sulla stanza. La vera e propria macchina è di produzione tedesca, completamente divorata dalla ruggine e datata 1873. Fu portata segretamente a Tbilisi dal porto di Baku, smontata, calata nel pozzo e rimontata lì. Fu scoperta nel 1906 forse facendo cadere un fiammifero nel pozzo, che fu risucchiato dal tunnel laterale, e da allora cadde in abbandono.

Fu proprio Stalin, negli anni ‘30, a ristrutturare il complesso e a costruirci un museo. 

Come parlare di Stalin

L’intervista con Guido Carpi e Virginia Pili è stata illuminante e ha toccato tanti nodi centrali della vicenda di Stalin che si ha sempre paura ad affrontare per la loro grande complessità. Il “Minotauro” è la testa del mostro a cui ogni strada converge, e in cui prima o poi tutti incappano, mentre la “Cipolla” simboleggia i molti strati e l’impenetrabilità della sua figura, al cui centro forse non si arriverà mai.

Vi invitiamo ad ascoltarla interamente per non banalizzare concetti molto più articolati.

Dopo l’URSS: dittature in Asia Centrale

Stalin ha plasmato una nuova Unione Sovietica e l’ha cambiata per sempre, incidendo sulle vite di milioni di persone. Naturalmente la situazione politica dopo di lui è cambiata, ma anche dopo il crollo dell’URSS le dittature non si sono del tutto esaurite. Soprattutto in Asia Centrale.

Paesi come l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kazakistan e soprattutto il leggendario Turkmenistan sono stati governati da vari dittatori, spesso tanto spietati quanto bizzarri agli occhi degli occidentali.

Alcune storie personali sembrano appartenere ad altri pianeti, eppure sono successe solo una manciata di anni fa. Dietro queste dittature si nasconde una complessità culturale enorme, oltre che a una durissima repressione politica.  

Il Kazakistan ha di recente cambiato nome alla capitale dopo le dimissioni dello storico dittatore, Nursultan Nazarbayev. Manco a dirlo, la kitschissima capitale è stata rinominata da Astanà a Nursultan. Vent’anni di marketing e milioni investiti nel brand Astanà andati in fumo.

Prima il Turkmenistan e l’Uzbekistan, poi ora anche il Kazakistan sono andati incontro a un radicale cambio di alfabeto: dal cirillico all’alfabeto latino. Con una parte della popolazione che ancora non ha imparato l’alfabeto latino e scritte insegne scritte in qualsiasi lingua o alfabeto, vi lasciamo immaginare il caos scaturito da queste decisioni.

Infine, alcuni di loro non sono semplicemente “presidenti”. Come il dittatore del Tagikistan: “Il fondatore della Pace e dell’Unità Nazionale, Leader della Nazione, Presidente della Repubblica del Tagikistan, sua Eccellenza Emomali Rahmon”.

Le follie del primo dittatore turkmeno

Il Turkmenistan è considerato la Corea del Nord dell’Asia centrale. Ashgabat, la sua capitale, è una fortezza bianca isolata dal mondo, costruita quasi interamente in marmo, il materiale preferito di Sua Eccellenza Saparmurat Atayevich Niyazov Turkmenbashi presidente del Turkmenistan e Capo del Gabinetto dei Ministri.

Forse l’isolamento, forse le manie di grandezza, hanno portato Niyazov ad attuare politiche tra il creativo e il delirante. Nel 1998 costruisce una enorme statua d’oro di se stesso, ponendola su un piedistallo d’oro che ruota seguendo il sole. L’anno successivo, soppressa l’opposizione il presidente ha per prima cosa riformato il sistema elettivo: annullando del tutto le elezioni. Quindi si è nominato presidente a vita. Dopo aver riformato i mesi dell’anno (intitolandone uno a se stesso) e i giorni della settimana, Niyazov si è dedicato alla scrittura del Ruhnama, il Libro dell’Anima, pubblicato nel 2001.

Con il secondo volume sono arrivate anche le leggi che imponevano di tenere il libro in vista in ogni ufficio pubblico, di utilizzarlo come riferimento principale nelle scuole, di farne il testo religioso nazionale.

Il degrado del sistema scolastico turkmeno, dove alcune materie scientifiche sono state sostituite da ore di memorizzazione del Ruhnama, si vede nel documentario finlandese Shadow of the holy book. Nel documentario, i bambini si radunano ogni giorno nelle classi con un solo testo di fronte, cantando in coro, con la mano sul cuore, frasi come «Se dirò la minima parola contro di te, la mia lingua diverrà secca come una foglia. Se mai io tradirò la mia patria e il grande leader Saparmuràt Turkmenbashi, lascia che la mia vita si riduca in cenere». 

Quando l’apice del delirio sembra ormai raggiunto, Niyazov fa lanciare nello spazio una copia del primo volume del Ruhnama, inserendola in una capsula-satellite, con lo scopo di conquistare lo spazio e raggiungere con il suo verbo anche forme di vita aliene. Il libro si trova correntemente a roteare intorno al nostro pianeta e si stima che lo farà per i prossimi 150 anni. 

Islom Karimov e la Britney Spears di Samarcanda

Se pensate che tanto in Turkmenistan non ci metterete mai piede, dovete sapere che anche l’Uzbekistan ha vissuto la sua buona dose di delirio per il potere, grazie al suo dittatore storico, Islom Karimov.

Con infiniti magheggi e continue rielezioni con il 90% delle preferenze, Karimov è passato da comunista convinto dell’era Gorbachev a presidente della nascente repubblica uzbeca senza batter ciglio, rimanendo in carica dal 1991 al 2016.

Karimov verrà ricordato per la schiavitù del cotone istituita per oltre 1 milione di uzbechi e per i diritti umani calpestati, che hanno guadagnato all’Uzbekistan tristi primati.

È però con la vicenda di sua figlia Gulnara Karimova che ha rivelato tutta la sua crudeltà. Imprenditrice di successo, ambasciatrice alle Nazioni Unite di Ginevra, fashion designer e pop-star conosciuta in Uzbekistan sotto il nome di Googoosha, questa ragazza ha raggiunto talmente tanta popolarità che alcuni pensavano addirittura che sarebbe diventata l’erede del presidente.

Finché, in un tweet, si è ribellata alla sua famiglia dicendo “non chiamatemi figlia del dittatore”. Dopo aver fallito cercando di fondare un suo partito, Karimov l’ha messa agli arresti domiciliari con la figlia, d’improvviso tutte le sue imprese sono fallite e lei è sparita dalla circolazione. Per tre anni è stata data per dispersa, tanto che non si sapeva nemmeno se fosse imprigionata in Uzbekistan o all’estero. 

La storia di Islom Karimov e sua figlia Googoosha ha un che di dejà-vu. Anche Stalin, nel 1943, aveva rifiutato di salvare suo figlio Yakov catturato dai nazisti in cambio di prigionieri tedeschi. Il figlio sarebbe morto forse suicida, elettrificandosi contro del filo spinato nel campo di concentramento nazista di Oranienburg, non lontano da Berlino.

Angelo ha parlato di Niyazov e Karimov nel suo libro Un Altro Bicchiere di Arak (Villaggio Maori Edizioni, 2016).

Delle storie grottesche dell’attuale presidente turkmeno, Gurbanguly Berdimuhamedov, ha parlato di recente John Oliver

Queste storie ci fanno capire quanto sia importante viaggiare in punta di piedi in questi luoghi, perché sono tutte tremendamente reali e le vite delle persone sono decise da politiche tanto scellerate quanto incredibili.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

L’editing audio è a cura di MAV.

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