05. TRANSOVIETICA

La nostra storia di oggi comincia con un luogo tanto remoto quanto emblematico della complessità, esplosività e assurdità di certi confini nati con il crollo dell’URSS. La valle di Fergana è una grossa area pianeggiante chiusa dalle altissime montagne del Tien Shan, oggi spartita tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. L’importanza del luogo è riassunta in pochi dati: la produttività agricola, l’acqua del lungo fiume Syr Darya, e il 25% di tutta la popolazione dell’Asia Centrale concentrata in solo il 5% del territorio.

È un luogo strategico, da sempre multietnico, ma da sempre anche considerato come un’unità: sia dai tempi antichi, quando si chiamava Transoxiana, fino a metà Ottocento, quando si chiamava Khanato di Kokand.

Il fatto che non sia un luogo casuale ma una polveriera pronta ad esplodere l’abbiamo capito subito quando, nei nostri viaggi, siamo stati sottoposti a controlli maniacali mirati a stanare il radicalismo islamico e possibili minacce alle autorità uzbeche. 

Quando nei primi anni ‘90 si è deciso di mantenere i confini sovietici, sono cominciati i problemi. Frontiere frastagliatissime e che non seguono la conformazione geografica del territorio ma mappe etniche a macchia di leopardo, con un pullulare di enclavi ed exclavi. Per citare un esempio dello stato attuale, il distretto di Sokh è una enclave in Kirghizistan, appartenente all’Uzbekistan, ma  abitata al 99% da tagichi.

Dal 1999 l’Uzbekistan, a seguito di attentati a Tashkent, ha costruito un muro di filo spinato lungo il confine con il Kirghizistan, nella valle di Fergana, tra i più alti del mondo (9 metri). Gli ultimi scontri interetnici sono avvenuti in Kirghizistan nel 2010, a Osh e Jalalabad, due città a maggioranza uzbeca. Ad oggi ancora non è stato ufficializzato un numero di vittime, che oscilla tra 500 e 2000.

I bolscevichi in Asia Centrale

Per capire la storia di una polveriera come la valle di Fergana, è necessario tornare indietro al 1918, quando Stalin diventa Commissario per le Nazionalità. Il gran georgiano, autore di alcuni saggi sulle popolazioni caucasiche sotto l’impero zarista, si sarebbe interfacciato con ben 65 milioni di non russi che avrebbero presto popolato tutta la nascente Unione Sovietica. L’obiettivo era dare una forma istituzionale ai moltissimi popoli dell’area, inquadrandoli in una repubblica sovietica e stroncando i moti nazionalisti già in fermento sotto il dominio degli zar. 

Che le sue decisioni territoriali siano state guidate solo da bontà è però ampiamente dibattuto: è però impossibile dare un giudizio unico quando si considerano situazioni, popoli e storie identitarie diversissime. Basta anche solo confrontare due identità millenarie, come quelle di armeni e georgiani in Caucaso, con quelle più sfumate e molto più recenti dei popoli turcofoni dell’Asia Centrale. Insomma, il lavoro era complicato e si basava su rilevazioni demografiche zariste, a cui andavano applicati i nuovi criteri economici e di autosufficienza sovietici. Perché fosse chiamato repubblica, un territorio doveva avere almeno 1 milione di abitanti e una capitale collegata dalla ferrovia. 

Il processo di tracciare confini nazionali in una regione dove questi confini non erano mai esistiti prima ha creato molte anomalie. In zone dove il bilinguismo e le identità a più livelli erano comuni, e dove le divisioni di lingua ed etnia spesso cadevano lungo il divario rurale/urbano, per logiche superior tante città sono state assegnate alle repubbliche “sbagliate”. Alla fine, nessuno credeva veramente che l’Unione Sovietica prima o poi si sarebbe sgretolata.

Poiché i kazaki e i kirghisi (come in epoca zarista erano stati identificati i “nomadi”) erano prevalentemente nomadi, loro costituivano una piccola frazione della popolazione urbana delle loro repubbliche, dove le città erano in gran parte popolate da europei e uzbechi (“sedentari”). Ancora oggi, nelle grandi città come Almaty, ex capitale kazaka, i russi sono una minoranza importante. Gli altri europei, come ucraini e tedeschi, sono invece quasi tutti stati rimpatriati nelle rispettive repubbliche dopo il crollo dell’URSS.

Un’altra polveriera geopolitica: il Caucaso

Analogamente, un’altra zona ad ancor maggiore densità etnica, il Caucaso, ha creato enormi problemi legati ai confini quando è crollata l’URSS. Anche qui i confini non corrispondevano alla realtà etnica, sono state create numerose exclavi (tra Armenia e Azerbaigian soprattutto, sono ben 8 in totale) e ancora oggi persistono tre conflitti congelati (Abkhazia, Ossezia del Sud e Nagorno Karabakh).

Il vero problema a livello di confini, al momento ancora sommerso, è però nel Caucaso del Nord, dove le etnie sono state accoppiate senza criterio di vicinanza etnica, come racconta Aldo Ferrari nel suo Breve Storia del Caucaso. L’unica repubblica che ha provato la via dell’indipendenza, la Cecenia, è stata repressa nel sangue, con una guerra delle più brutali mai viste, iniziata nel 1994 e finita di fatto solo nel 2009. Da leggere sono i reportage di guerra di Anna Politkovskaja e Le Lupe di Sernovodsk di Irena Brezna.

Storia di due villaggi scambiati: Kerkenj e Qizil Shafaq

Una storia che racconta come gli uomini abbiano da sempre saputo arrangiarsi di fronte all’assurdità di guerre e di confini imposti è quella di un villaggio armeno in Azerbaijan, Kerkenj (“più duro della pietra”), e uno azero in Armenia, Qizil Shafaq (“alba rossa”).

Nel febbraio 1988 erano già esplose le violenze tra armeni e azeri per la questione del Nagorno Karabakh. È in quel clima di paura e crescente tensione che il figlio del capo della fattoria collettiva di Qizil Shafaq incontra in università a Baku un ragazzo armeno di Kerkenj. Entrambi sanno che gli abitanti dei loro villaggi rischiano la vita ed è da loro che nasce l’idea di “scambiarsi” il villaggio. 

Viene siglato un accordo, con la clausola importante di vigilare e proteggere i rispettivi cimiteri – l’unica cosa che non si poteva spostare. Dal maggio all’agosto 1989 le 300 famiglie di Qizil Shafaq si trasferiscono a Kerkenj e viceversa, in quello che ancora oggi è un trauma difficile da superare. Il capo del kolchoz di Qizil Shafaq ha riportato a Chaikhana Media che ogni anno va sulla frontiera a vedere se dall’altra parte riesce si intravede la sua Qizil Shafaq, che oggi è stata rinominata in armeno Dzyunashogh.

Bellissime le foto della fotografa azera Sitara Ibrahimova, che ha curato con Lala Aliyeva il reportage su Kerkenj. Il reportage sull’ex Qizil Shafaq è invece a cura dell’armena Nazik Armenakyan.

Perché ha senso parlare di frontiere oggi

Anche se la tendenza mondiale si è sempre più spostata verso la tolleranza dello status quo, anche quando frutto di ingiustizie, e i conflitti territoriali culminati con l’annessione sono diminuiti dopo la Seconda Guerra Mondiale (il 30% contro l’80%), il mondo postsovietico rappresenta un po’ un’eccezione.

Per chi vuole viaggiare in queste zone oggi, è importante documentarsi bene e monitorare gli sviluppi. Anche se sono ormai tutte zone tranquille, c’è sempre la possibilità che si riapra il fuoco su frontiere chiuse (come è successo tra Armenia e Azerbaijan nel 2016, per esempio) o che ci si trovi la strada sbarrata sul confine perché stranieri (in alcuni confini montani dell’Asia Centrale).

A questo proposito vi consigliamo due bei libri: l’Atlante delle Frontiere di Papin e Tertrais e 10 mappe che spiegano il mondo di Tim Marshall. 

La Transovietica

Per chi, come noi, è appassionato di viaggi interamente via terra, è diventato sempre più facile raggiungere l’Asia partendo direttamente dall’Italia. Questo si può fare con grande facilità percorrendo la Transiberiana/Transmongolica, oppure seguendo i tracciati delle Vie della Seta. Se qualche pazzo volesse, in 3 o 4 mesi, provare a fare un viaggio che copra tutte le repubbliche ex sovietiche, potrebbe partire da Tallinn, in Estonia, e scendere giù fino in Ucraina via Lettonia, Lituania, Bielorussia e con una puntata in Moldova. Da Odessa in traghetto fino a Batumi, in Georgia, sconfinando in Armenia e ritornando in Georgia per poi attraversare la frontiera con l’Azerbaijan. Dall’Azerbaijan si può prendere un traghetto per il Turkmenistan, oppure andare in Iran e da lì tentare la sorte con il visto di transito turkmeno (3-5gg) per arrivare in Uzbekistan. E ancora Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e infine la Russia, da cui si può tornare a casa (oppure no!).

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è stata prodotta da MAV.

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