03. Vacanze a Chernobyl - Cemento Podcast

01.03 – VACANZE A CHERNOBYL

In soli 28 giorni, la mini-serie “Chernobyl” prodotta dalla tv americana HBO a maggio 2019 ha raggiunto oltre 3.4 milioni di spettatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La ricostruzione precisa della vicenda Chernobyl, il clima tetro di uno dei disastri ambientali più grandi di sempre e le dinamiche sociali, sottili ma incisive, di un sistema al collasso hanno fatto gridare al capolavoro – benché si tratti pur sempre di fiction, in cui non mancano discrepanze e qualche cliché

Nelle settimane successive all’uscita della mini-serie, alcune agenzie che organizzano tour nella zona di alienazione hanno dichiarato di aver ricevuto un aumento di turisti fino al 40%, benché la serie fosse girata nelle periferie di Vilnius, in Lituania. Ma che conseguenze ha visitare Chernobyl? Quanto è etico il dark tourism?

Un tour nella zona di esclusione

Un po’ per l’interesse per i luoghi dove la storia si è fermata – a Chernobyl, il 26 aprile del 1986 -, un po’ per il fascino della natura che si riprende le città crescendo indisturbata nei decenni, Angelo ha visitato Chernobyl nel 2017. È stata una delle poche tappe fisse, ma non l’unica ad essere controversa, del suo viaggio via terra dall’Olanda all’Armenia. Su Matador Network ha pubblicato una breve guida a visitare Chernobyl.

Con il divieto assoluto di toccare qualsiasi cosa e di seguire i percorsi, le guide portano i turisti a visitare la città abbandonata di Pripyat e ai piedi del (tristemente) famoso reattore n. 4, oggi ricoperto dall’enorme New Safe Confinement, la struttura mobile in metallo più grande al mondo costruita per contenere la radioattività . 

L’etica dietro il dark tourism

Eleonora, invece, dal 2016 è tornata varie volte a Kyiv, senza però mai andare a Chernobyl. Non solo per diffidenza nei confronti dell’affidabilità dei tour e dell’esposizione a radiazioni non necessarie, ma soprattutto per una questione personale di rispetto verso gli ucraini.

Da qualche anno si chiede se sia giusto o meno spettacolarizzare le tragedie. Spesso i pellegrinaggi dei dark tourist servono sostanzialmente per soddisfare i bisogni esotici del proprio ego e aver qualche foto adrenalinica da pubblicare su Instagram. È triste che un paese ricco di bellezze come l’Ucraina sia conosciuto all’estero sostanzialmente solo per Chernobyl: come se il Giappone fosse conosciuto solo per Fukushima. Dopo l’uscita della serie, poi, molti turisti si limitano a una breve visita di Kyiv e della zona di esclusione, alimentando un business un po’ morboso.

Impacchettare Chernobyl in un prodotto

Secondo alcuni, il dark tourism nasce dal desiderio di avvicinarsi simbolicamente o fisicamente alla morte. Il problema con questa attrazione sorge però quando una tragedia recente viene impacchettata e venduta in un tour, senza che questo sia necessariamente sinonimo di educazione profonda, attenta e rispettosa della sua storia e di chi ne è stato vittima. 

Prima del turismo a Chernobyl andavano gli Stalkers, che si addentravano illegalmente nella zona di esclusione alla ricerca di adrenalina. Da quando i tour sono diventati popolari, però, andiamo a Chernobyl carichi di aspettative irreali. Sappiamo già cosa vogliamo trovare e non ci interessa la realtà se non coincide con la nostra (estetica) aspettativa. È  così che le guide portano i turisti all’interno di edifici anche se è illegale, le maschere antigas e le bambole negli ospedali e nelle scuole sono state spostate per trasformarle in un set fotografico per i nostri feed. Condividendo foto e video da Chernobyl diventiamo tutti influencer per gli altri, generando un’immagine del luogo falsa e svuotata.

Perché a Chernobyl c’è ancora qualcuno che vive

L’idea di abbandono intonso è falsa anche a Chernobyl. Non solo ci sono ancora addetti che lavorano alla centrale, ma c’è persino gente che è andata a vivere nei dintorni della centrale. Sono i Samosely, poche decine di anziani che hanno deciso di tornare nelle case da cui erano stati evacuati in Ucraina e Bielorussia, e ancora vivono di semi-sussistenza – toccando ogni giorno oggetti contaminati, scaldandosi con legna contaminata, mangiando verdure contaminate dei propri orti. Una bambina è persino nata a Chernobyl, nel 1999, da una donna di 46 anni tornata a vivere nella zona di esclusione. Si chiama Mariyka ed è figlia di un pompiere che era a spegnere l’incendio nella notte dell’esplosione. Oltre a chi è tornato, ci sono anche alcune persone in difficoltà che si sono spontaneamente trasferite nella zona di esclusione, nonostante i divieti, pur di avere una casa dove vivere in pace. 

La bellissima storia di una di queste persone è raccontata da Alina Bronsky in L’ultimo amore di Baba Dunja, Keller editore. Un altro romanzo interessante legato al tema del dark tourism è L’officina del Diavolo del ceco Jachym Topol.

Cibi radioattivi

Ma da Chernobyl non è tutto e la mania per le radiazioni non sembra avere fine. Greenpeace ha testato le verdure coltivate nella zona di esclusione, mentre c’è chi ha persino distillato una vodka dal grano coltivato a Chernobyl. Si tratta dell’Atomic Vodka, che pare non abbia più tracce di radiazioni e sia sicura per il consumatore.

Di storie di cibi sovietici, assurdi e deliziosi, spaziali e spudoratamente plagiati parleremo nella prossima puntata.

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Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

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