Cemento podcast

01.01 – UN NUOVO EST?

Nel primo episodio di Cemento abbiamo parlato dell’origine del concetto di Nuovo Est, termine che ha cominciato a circolare negli ultimi anni su pubblicazioni inglesi come il Calvert Journal o il Guardian, ridefinendo il nostro modo di osservare l’estetica dei paesi dell’ex blocco sovietico. Abbiamo cercato di capire da dove derivi la nostra curiosità verso i paesi post-socialisti dell’Est, ma anche l’attenzione che i media occidentali stanno dando a una cultura fino ad oggi associata al fallimento di un’utopia.  È possibile che il brutto stia diventando bello? Se sì, quando è che il brutto è diventato brutto?

Geografie che cambiano

Per chi possiede un passaporto europeo, viaggiare in ex-Unione Sovietica non è mai stato così semplice. La Georgia è l’esempio più lampante di questa apertura: nel 2018 ha ospitato oltre 8 milioni di visitatori, concedendo un visto di un anno ai cittadini di 94 paesi.

Con l’eccezione del Turkmenistan, tutti gli stati dell’Asia Centrale hanno allentato la politica dei visti. Kirghizistan, Kazakistan e Uzbekistan adesso concedono un permesso gratuito all’arrivo, mentre il Tajikistan ha attivato un servizio che permette di ottenere il visto elettronico in pochi giorni facendo richiesta online. In più, il divieto che impediva di fotografare la bellissima metropolitana di Tashkent è stato rimosso e adesso è possibile condividere questo museo sotterraneo rimasto segreto per quasi mezzo secolo.

I controlli sono diminuiti e molte città hanno istituito un servizio di “polizia per turisti” che invece di chiedere mazzette aiuta a trovare iPhone persi. La lobby degli enti del turismo sta spingendo per rimuovere anche questo ostacolo. Si parla (sogna) anche di un permesso unico per tutti gli Stan, che permetterebbe la libera circolazione delle persone come nell’area Schengen. 

Per gli appassionati di Transiberiana, la Russia ha attivato il sito delle ferrovie in inglese permettendo anche a chi non sa leggere il cirillico di prenotare biglietti del treno online.

Itinerari difficili fino a qualche anno fa possono essere percorsi senza ostacoli burocratici. I dittatori dell’era sovietica stanno lentamente lasciando il posto a una nuova generazione di presidenti, che forse ha capito il valore del turismo internazionale. Sia chiaro, la situazione è ancora tragica e la democrazia è ad anni luce di distanza. Ma il cambiamento è evidente.

Nazarbayev, l’ex-presidente kazako, si è dimesso pochi mesi fa. Era l’ultimo capo di stato in carica dalla rottura dell’URSS. Il Kirghizistan ha avuto la sua prima elezione pacifica (ma non priva di critiche) nel 2017. Il nuovo governo uzbeko sta tentando (a fatica) di prendere le distanze dal regime di Karimov. Una spinta a far emergere l’Asia Centrale dall’isolamento degli ultimi decenni arriva anche dalla Cina, che con la Belt & Road Initiative sta versando miliardi di dollari (più di 300, si stima) nelle regioni lungo la Nuova Via della Seta.

Un’Eurasia più unita sta prendendo forma, con giovani uzbeki e tagiki che parlano tre, quattro o cinque lingue diverse, un numero crescente di stranieri in arrivo da oriente e occidente e un periodo di calma relativa dopo anni di tensione.

Questo è, probabilmente, il momento migliore per fare un giro in questo angolo di mondo.

Il Nuovo Est che arriva

Non solo per noi è più facile andare a Est, anche le storie dell’Est stanno cominciando a raggiungerci tramite i media: riviste, case editrici, account Instagram e organizzazioni culturali dedicate al “Nuovo Est” hanno cominciato ad apparire negli ultimi anni.

Ma cosa c’è di nuovo in questo Nuovo Est?

L’origine è certo nella caduta dell’URSS – Gorbachev disse, al momento delle sue dimissioni da ultimo capo dell’Unione, “We are living in a new world” -, ma il fenomeno a cui facciamo riferimento quando parliamo di Nuovo Est è molto più recente. 

Nel 2013, spunta il Calvert Journal, una rivista che si definisce “una guida al Nuovo Est”. È prodotta dalla Calvert 22 Foundation, un’organizzazione no-profit con sede a Londra gestita dall’economista russa Nonna Materkova che si occupa di dare visibilità ad artisti emergenti dell’ex blocco sovietico. Poco dopo, nel 2014, appare sul Guardian il New East Network e a Londra apre un New East Cinema.   Fuel Publishing pubblica un libro fotografico che va virale, Soviet Bus Stops di Christopher Herwig, mentre nel 2016 artisti dell’Est competono, sempre a Londra, al New East Photo Prize. Progetti più piccoli, come Kajet Journal e Chai Kana affrontano tematiche culturali relative alla regione in inglese, mentre su Instagram cominciano ad apparire come funghi account dedicati all’architettura sovietica (ma di questo parleremo nella prossima puntata).

Queste entità non parlano di geopolitica come fanno il New Eastern Europe o, in Italia, l’East Journal, ma si occupano di ricercare un’estetica che in qualche modo accomuna artisti, sottoculture e paesaggi urbani dell’ex blocco, proponendo un’immagine della regione che si distacchi dai pregiudizi comuni presenti a occidente. Spesso non c’è niente di nuovo nel Nuovo Est. Semplicemente, un’estetica da sempre associata all’abbandono, alla desolazione, e alla tristezza è rivista sotto una luce diversa.

Il Western Gaze

Nonostante le intenzioni sembrino buone, bisogna stare attenti a come si parla dell’Est, nuovo o vecchio che sia. È facile saltare da uno stereotipo all’altro e romanticizzare un certo tipo di estetica, rendendo “esotici” dei luoghi che, per chi li vive, di esotico non hanno niente. Lo sguardo occidentale è difficile da evitare quando si osserva l’Est dall’esterno – anche solo il fatto di chiamarlo Est implica che noi siamo al centro – e il desiderio di etichettare, categorizzare e definire una cultura non è necessariamente né positivo, né producente.

Come spiega Post Pravda, forse il Nuovo Est è solo un’invenzione che continua ad affermare l’esistenza di una separazione tra l’Occidente sviluppato e l’Est che deve emergere. Un esempio di Western Gaze, è descritto in questo articolo, che parla di come la BBC non riesca (apparentemente) a produrre un film realistico sulla Russia.

Il brutto diventa bello

Prendere coscienza della propria posizione è forse un piccolo passo nella giusta direzione, ma che si scelga di parlare o meno di Nuovo Est è evidente che un interesse crescente per questo fenomeno esiste. Se è vero che il modo in cui un luogo ci viene presentato dai media cambia la nostra percezione, se è vero che il “brutto” sta diventando “bello”, viene da chiedersi quando è che il brutto è diventato brutto?

A questa domanda proveremo a rispondere nel prossimo episodio, dedicato all’architettura brutalista.

Scrivici!

Cemento è un podcast di Angelo Zinna e Eleonora Sacco.

La sigla è di MAV.

Se non lo hai ancora fatto, iscriviti alla newsletter per rimanere aggiornato sull’uscita delle prossime puntate e ricevere questo file direttamente nella tua mail.

Vuoi parlare con noi dell’argomento che abbiamo trattato in questa puntata? Entra nel gruppo Facebook di Cemento, siamo contenti di proseguire la discussione!

Saremmo felici di sentire il tuo feedback, se i social non fanno per te puoi contattarci a posta@cementopodcast.it.  

Ci trovi, ovviamente, anche su Instagram.